Eli Cook lo avevamo conosciuto con il suo esordio solista “Miss blues´es child” che ci aveva ben impressionato per una profondità d’interpretazione, molto black, del blues delle origini.
Contemporaneamente l’anno scorso questo giovane chitarrista ha pubblicato anche un album elettrico, autoprodotto e suonato in trio, con Eric Yates al basso e Jordan Marchini alla batteria. Come già ci aveva anticipato in un’intervista qualche mese fa, con questo progetto Cook tenta di combinare il blues con suoni hard rock più moderni. L’idea non è nuova, ma, oltre alla virtù chitarristica, Eli ha dalla sua un timbro vocale particolarmente scuro.
Diciamo subito che qua ci si muove in territori più rock, quindi anche più appetibili al mercato: il suono prende connotati hard, a tratti quasi metal, con forti influenze da Soundgarden, Stone Temple Pilots e Pantera. Non manca il fuoco sacro, quello che ancora arde nel nome di Hendrix e del blues più elettrico, qua preso a scudisciate da una “Backdoor man” di Willie Dixon assai più brutale se paragonata alla nota versione degli ZZ Top.
Il risultato è comunque meno originale rispetto a quanto fatto con “Miss blues´es child”, ma i tre riescono ad incendiare un suono che in prospettiva futura e soprattutto dal vivo ha tutte le potenzialità per lasciare segni, anzi escoriazioni.
Già l’iniziale “Santeria breakdown” dà idea del rito pagano che Cook ha intenzione di celebrare improvvisando sui feedback e chiamando in causa tutta la forza del suo power trio. Non è casuale la citazione di “bad motor finger”, posta in questo brano di apertura, a dichiarare l’importanza dei Soundgarden, che sono la presenza più riconoscibile insieme ad Hendrix, omaggiato con una cover di “Castles made of sand”.
Tra colpi distorti e slanci di acid-hard, Eli rischia di debordare, come ancora succede a tanti axeman più affermati di lui (Eric Sardinas, Joe Bonamassa ecc.), ma è abbastanza intelligente per mettere una ballata al punto giusto, proprio quando la scaletta rischia il ripetitivo: “Dead man” è un pezzo oscuro, forse il migliore del lotto; non rinuncia alla botta elettrica, ma ha un corpo teso, che intimidisce.
Altrove invece si entra in un hard trip in cui i tre protagonisti macinano duri sui loro strumenti per chiudere poi con “Roll on” dove tornano parzialmente ad inchinarsi all’acustico.
Alla fine il risultato è un po’ forzato, ma bisogna dire che Eli Cook al primo colpo elettrico è riuscito ad accendere un fuoco che scotta. Ora deve portarne la fiamma in un luogo suo.
Track List: