Si può fare un greatest hits con un trentina di pezzi nuovi? Sicuramente no. Ma l’idea che questo nuovo doppio album di Mr. E ne porti in sè i cromosomi, raccolga in qualche modo buona parte delle tappe della sua carriera, è difficile da allontanare. Sicuramente il genietto della Virginia aveva molto materiale pronto, in questo momento gli Eels sono un fiume in piena, e per quanto si possa mormorare che concentrare il tutto in un solo album avrebbe contribuito a fare di questo nuovo lavoro un autentico capolavoro, dobbiamo comunque inchinarci davanti ad un’opera che appare di una sincerità disarmante.
Quello che colpisce, prima ancora dell’incanto musicale - che a mio avviso potrebbe far arrossire dall’altra parte dell’Oceano il “cugino” Badly Drawn Boy - è la necessità di esorcizzare attraverso una liricità cruda e drammatica, le tragedie che hanno segnato la vita di Mark Oliver Everett. Letto solo in questa chiave potrebbe sembrare un disco negativo, dove la vita viene analizzata solo attraverso i suoi aspetti più neri. Non è così, ed è il titolo stesso ad illuminarci in proposito. Le “Blinking Litghs”, luci intermittenti come quelle, ad esempio, di un albero di Natale, sono la metafora migliore per ricordare che la vita è un percorso che alterna momenti bui ad altri più luminosi.
Il risultato è un opera terribilmente viva, nella quale affiorano quasi sfacciate le doti di questi Eels, sempre più difficili da immaginare come un band, in un disco che ridonda la personalità del suo leader, da qualsiasi parte lo si giri. Anche le apparizioni di Tom Waits, Peter Buck e John Sebastian risultano tanto casuali quanto naturali. Leggere presenze, segnali di apprezzamento per la musica di un collega. Niente di più.
La delicatezza e la suggestione dei suoni che accompagnano la voce di Everett, a partire dalla title-track, sono davvero coinvolgenti, accarezzano come una mano soffice. Verrebbe da chiedersi se quello degli Eels è davvero il pop perfetto che non smettiamo mai di cercare. Rispondendo sì, si potrebbe però correre il rischio di chiudere la magia sonora degli Eels in una scatola troppo stretta. E non tanto per l’abbondante numero di canzoni, piuttosto per un gusto che, tolte le ruvidezze del passato, leggasi “Souljacker”, abbraccia tanto la canzone d’autore quanto il rock alternativo.
Certo non potrebbe suonare “pop”, in qualsiasi accezione, anche la più nobile, si voglia leggere il termine, un brano come “Sucide Life”, che si chiude sentenziando che non c’è nessuna ragione per vivere o “Son Of A Bitch”, nella quale Mr. E canta “mamma non mi ha mai amato, ma questo non mi hai mai fermat o… lei era mia madre e io non ero un figlio di puttana”.
Nel secondo disco, anche se tra i primi brani c’è un’esplicita “Old Shit/New Shit” che peraltro recita senza troppa speranza, “sono stanco della vecchia merda, lascia che inizi la nuova merda”, le luci rimangono accese più a lungo regalando un respiro diverso, una liricità più leggera in qualche brano come “ She’s My Sweet Li’l Thing” o “Losing Streak”, canzone che arriva a dare nuova luce dopo il “silenzio di Dio”.
Ma l’ombra scura della morte, per quanto possa dirsi metabolizzata, è una presenza che inevitabilmente condiziona tutto il doppio lavoro degli Eels, anche quando “Last Day Of My Better Heart” sembra voler gettare alle spalle tutte le amarezze. “The Stars Shine In The Sky Tonight”, forse dedicata alla sorella, ha l’effetto di un grosso cerotto che fatica a coprire una ferita. “Io non posso vivere in un mondo che hai lasciato senza vedere molto” inizia a cantare Everett che poi si apre ad una positiva malinconia quando invece prosegue con queste parole: “non importa da dove vieni, ma dove stai andando, e io voglio andare con te”.
Quando la musica viene dal cuore di un grande artista, le emozioni di chi l’ascolta si dilatano così all’infinito che alla fine terremo per sempre questi dischi tra le cose belle della vita.
Intanto diventa impedibile l’unica data italiana che porterà il prossimo 8 ottobre gli Eels, accompagnati da un quartetto d’archi, al Conservatorio Verdi di Milano.