“Eastmountainsouth” è un nome nuovo nella scena americana, che però porta in sé qualcosa di antico: già le tre parole affiancate l’una all’altra indicano i punti cardinali di un suono che ha origine dalle montagne dell’Est degli States, quegli Appalachi che dal sud risalgono fino al confine col Canada.
Dietro questa sigla si celano Kat Maslich (voce e chitarra) e Peter Adams (voce, chitarra, piano, harmonium, wurlitzer, banjo, oltre che produzione): al duo si aggiungono musicisti del calibro di Greg Leisz, Shane Fontayne e Mitchell Froom, quest’ultimo vero responsabile in fase di produzione.
Il risultato è un ibrido tra antico e moderno: un sound intrigante raccomandato da Robbie Robertson. Vengono infatti alla mente dischi come “Music for the Native Americans” e “Contact from the Underworld of Red Boy”: se quei lavori erano una rivisitazione dello spirito dei cosiddetti pellerossa, questo disco è invece una versione moderna della musica dei visi pallidi.
Le canzoni sono un eco che fa discendere dalle montagne sentori country e bluegrass, semi di un american music che si sforza di guardare al futuro con lo stesso spirito degli antenati.
L’idea è interessante, soprattutto in un panorama bisognoso di freschezza come quello dell’Americana: cantare la purezza del folk e del country in chiave moderna, con suoni che usufruiscono delle ultime tecnologie da studio, pur se in dosi quasi sempre minime. Una scelta coraggiosa, che conferma come la tradizione negli Stati Uniti sia (giustamente) trattata come materia viva e malleabile. Va però detto che è realizzata grazie alla possibilità di avere conoscenze altolocate a cui affidarsi: essenziali sono in questo senso quelle “keys”, accreditate a Mitchell Froom, che contribuisce a rendere contemporaneo il suono, suonando e producendo, come già fatto coi Los Lobos e con tanti altri nomi illustri. Senza di lui e senza l’apporto di Leisz, ma soprattutto della chitarra mistica di Shane Fontayne, gli Eastmountainsouth sarebbero stati probabilmente un duo acustico, di sicuro più essenziale, forse più o forse altrettanto evocativo.
Si comincia con “Hard times”, un classico di Stephen Foster, tanto per definire subito dove ci si trova: Kat e Peter hanno grazia e sensibilità vocale, che rendono le loro interpretazioni incantevoli. Se l’intento però è rivedere la tradizione, il risultato pende invece verso atmosfere che hanno a che fare con il country-pop delle Indigo Girls e di Norah Jones. Le canzoni vengono così a godere di una fruibilità leggera, che lievita come una bruma, perdendo in austerità e guadagnando in suggestione. Ne è esempio “The ballad of Alban and Amandy”, anche se non tutto gode dello stesso soffuso equilibrio.
Gli Eastmountainsouth sono da tenere d’occhio, soprattutto per la prospettiva che il progetto ha e potrebbe avere in futuro. Anche se in Italia non se n’è accorto ancora quasi nessuno, nonostante l’appetibilità della proposta.
Track List: