Eagles - Long road out of eden

Eagles

Long road out of eden

2007 - Universal

21/11/2007  |  di Maurizio Pratelli

Ci hanno messo più di un lustro, ma alla fine gli Eagles sono riusciti a finire il nuovo disco, anzi due.
Dopo quasi trent’anni, “The Long Run” l’ultimo album in studio risale infatti al 1979, la band californiana ha finalmente sfornato le nuovi canzoni, più volte annunciate come imminenti.
Dopo una serie impressionante di greatest hits, peraltro vendutissimi, un ritorno in grande stile che affonda proprio nella sua abbondanza: i venti brani di “Long Road Out of Eden” non sono infatti all’altezza della fama che il quartetto di Don Henley si costruì negli anni Settanta con una manciata di dischi fortunatissimi.
“Fast Company” da una parte e “Last Good Time In Town” dall’altra, sono gli esempi più eclatanti di un doppio lavoro che alterna qualche prova d’orgoglio come “How Long”, singolo guarda caso recuperato da registrazioni soliste dei tempi migliori, o la pur lunga title-track che ha almeno il sapore delle cose migliori degli Eagles.
Gli impasti vocali funzionano ancora bene; quel che manca, purtroppo, è il dono della sintesi, operazione indispensabile soprattutto quando il materiale buono scarseggia. Forse, ma forse, con sole dieci canzoni, questi Eagles che si perdono nel deserto, avrebbero anche potuto fare un disco onesto. Invece qui di onesto c’è solo il mestiere. “Busy Being Fabulous”, per quanto sappia di già sentito è una buona canzone ma poi arrivano la svenevole “What Do I Do With My Heart” e la zuccherosa “I Don´t Want To Hear Any More” scritta da Paul Carrack, per un continuo percorso fatto di poche salite e tante discese. Troppo spesso ci si scontra infatti con alcuni pezzi davvero insopportabili, soprattutto quando non escono dalla penna di Henley.
Il secondo disco, detto dei dieci minuti di “Long Road Out Of Eden”, ha davvero ben poco altro da salvare, più facile accorgersi dell’inconsistenza di brani come “I Love To Watch A Woman Dance”, per quanto si sforzi di bagnarsi nel folk, o avere persino l’impressione di trovarsi tra le mani un lavoro di Peter Frampton che canta le canzoni dei peggiori America.
Se “Hotel California” è stato il loro capolavoro, anche commerciale, questo disco avrebbe dovuto intitolarsi “Pensione Paradiso”. Modesto come le loro camere doppie.


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