Donovan - Beat café

Donovan

Beat café

2004 - Appleseed Recordings

23/09/2004  |  di Maurizio Pratelli

Accogliendo questo ritorno di Donovan non poteva non tornarmi in mente “Don’t Look Back”, lo splendido documento girato in bianco e nero che raccontava il tour inglese di Bob Dylan del 1965. In quel filmato, da qualche anno disponibile in Dvd, un timido Donovan, che in patria era già qualcuno (aveva appena inciso “Cath the Wind”), si lustrava gli occhi, e le orecchie, davanti al menestrello di Duluth che sorridendo, si chiedeva chi mai fosse questo Donovan che si aggirava tra le sue stanze mentre provava, al piano o alla chitarra, qualche brano per i trionfali concerti in terra d’Albione.
Sono passati quarant’anni da quelle epocali immagini e se Dylan è diventato uno dei musicisti più influenti della storia del rock, Donovan dopo aver inciso dischi con grande regolarità fino alla fine degli anni ’70, si è invece perso pur rimanendo un punto di riferimento per intere generazioni di musicisti, compresi i conterranei Belle & Sebastian.
Questo nuovo disco, partorito con difficoltà, arriva infatti a otto anni di distanza da quel “Sutras”, prodotto da Rick Rubin, che abbandonando la psichedelia pop per un folk acustico, di fatto interrompeva un lunghissimo periodo di inattività discografica che durava da primi anni ’80.
Una lunga attesa premiata? Direi di no. Sinceramente trovo questo disco spiazzante. Mettiamo da parte i favolosi sixties di Donovan e tutti i suoi successi da “Mellow Yellow” a “Sunshine Superman” tanto per citare i più noti, e cerchiamo di entrare nell’atmosfera dei “Bohemien Café”, frequentati da poeti e filosofi, che hanno ispirato questo disco.
Sospeso tra jazz e folk, sfiorato dal blues, l’impianto sonoro scarno ma ricercato (forse troppo), lascia un po’ perplessi: già all’ascolto della prima traccia gli echi vocali, vagamente ipnotici, non convincono e “Poorman’s Sunshine” sembra una canzone del primo Jamiroquai, senza la stessa coinvolgente energia.
Un progetto ambizioso che pur avvalendosi di musicisti di grandissimo spessore, basti citare il bassista Danny Thompson, fatica a decollare. Pur mostrando qua e là qualche sprazzo di classe musicale, come nella soffusa “Yin My Yang”, il cui testo nel ritornello è però davvero orribile: …music in the air flowers in your hair.”, il suo pop risulta psicotico ed estremamente ripetitivo.
L’ossessiva “The Question” è un altro esempio di un lavoro difficile da assimilare anche quando l’energia sonora trova finalmente ossigeno in “Lord of Universe”, che certo non brillerà per fantasia, ma è almeno suonata e cantata con indiscutibile mestiere.
Gli inevitabili paralleli con John Hiatt, nel cui capolavoro “Bring The Family” troviamo lo stesso batterista, Jim Keltner, e soprattutto lo stesso produttore, quel John Chelew che ha già lavorato anche con i Blind Boys Of Alabama e Richard Thompson, si fermano però qui. Due operazioni, sia pur vissute entrambe in piena libertà creativa, lontane anni luce. Se quello di Hiatt fu probabilmente il suo lavoro più riuscito, altrettanto non si può dire di Donovan, la cui virata jazzy, raffinata fin che si vuole, non emoziona mai.
Insomma questi dischi li fa meglio, molto meglio, Joe Henry, ed è un peccato che il menestrello scozzese dopo tanti anni di assenza dalle scene ci ritorni, preso per mano da cotanta house band, con le idee un po’ confuse. Donovan è stato un musicista straordinario, un artista visionario, un poeta. Ora, però, non basta (re)citare Dylan Thomas, sussurrare qualche brano, provare a ritrovare suoni perduti, o abbozzare gli interessanti intrecci sonori nascosti in “Beat Cafe”, per fare un buon disco.
Perché, in fin dei conti, ci saremmo accontentati anche solo di un buon disco, caro Donovan.


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Track List:

  • Love Floats|
  • Poorman´s Sunshine|
  • Beat Cafe|
  • Yin My Yang|
  • Whirlwind|
  • Two Lovers|
  • Question|
  • Lord of the Universe|
  • Lover O Lover|
  • Cuckoo|
  • Do Not Go Gentle|
  • Shambala

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