Non ci dilungheremo su Federico Fiumani ed i suoi Diaframma, ma su “Camminando sul lato selvaggio”, ennesimo tassello (il quattordicesimo) di una singolare, quanto indipendente, carriera musicale. È inutile soffermarsi ogni volta a parlare di aspetti che trascendono il lato musicale, poiché s’incorre nel rischio di essere ripetitivi. Chi conosce, infatti, i Diaframma ne conosce già vita (artistica), morte (alcuni significativi cali di tensione) e miracoli (ovviamente “Siberia” del 1984 e “Il ritorno dei desideri” del 1993); chi invece non lo avesse mai conosciuto, sconsigliamo il primo approccio attraverso questo lavoro. Però una cosa va detta: il precedente ed apprezzato “Donne mie”, pubblicato a suo nome, suonava come un auspicio, tanto che in molti nutrivano speranze nel nuovo lavoro dei Diaframma.
“Camminando sul lato selvaggio”, invece, è il solito ripetitivo album marchiato Diaframma, un disco che non aggiunge nulla di nuovo all’opera compositiva del cantautore rock, anzi propone quanto ascoltato negli ultimi dischi, ripetendo un atteggiamento che ormai contraddistingue il suo modo di scrivere da diversi anni a questa parte.
Un copione trito e ritrito fatto di canzoni semplici e che alterna una manciata di piacevoli ballate (“Tu fai cantare forte il motore”, “Grazie” e “Andrea torna al rock”) ad altre meno convincenti (“Mi sento un mostro”, “C’è un uomo là” e “Barbara, 1992”). Anche nei contenuti le canzoni si ripetono, le tematiche, infatti, vertono sempre sui soliti discorsi che parlano di storie d’amori, di relazioni occasionali o della solita donna di turno: Martina (“C’è un uomo là”), Barbara (“Barbara, 1992”) o Valentina (“Valentina”). Solo i concetti cambiano, dimostrando come Fiumani non abbia peli sulla lingua e sorprende anche in negativo, con la sua “inusuale” competenza nel dosare le parole ad ogni evenienza nel bene o nel male, relegando oramai il fattore musicale in secondo piano.
Le parole di Fiumani si tingono di quella punta di “volgarità” che il suo definirsi “poeta” ci ha ormai abituato, tanto che la “voglia di chiudersi in casa con 2000 giornali porno” (in “Agosto”) diventa “desiderio di partecipare ad un’orgia” (in “L’orgia”) o dal menage a troua (in “Luisa dice”) si passa alle “tre dita nel culo” (in “Mi sento un mostro”).
Fiumani però riesce ancora ad estrarre “perle” di saggezza dal suo cilindro come in “Andrea torna al rock”: “Lascia stare Ungaretti che i poeti son matti,/ sono gatti distratti dalla luce negli occhi”. Brano dedicato all’amico Andrea Chimenti, ma che preferiremo rivolto a se stesso, perché dei Diaframma dei tempi migliori sentiamo un po’ la mancanza.
Infine la copertina è il solito omaggio all’arte figurativa: “Conversazione platonica” di Felice Casorati.
Track List: