Al quarto disco Devendra Banhart cerca di cambiare. O almeno tenta di farlo con un disco più suonato. Visti i consensi raccolti in precedenza, la scelta è rischiosa e gli è già valsa più di una critica, ma soprattutto è difficile essendo lui un musicista già di per sè abbastanza “suonato”.
Al di là dei giochi di parole, è da apprezzare il tentativo, nonostante “Cripple crow” risulti un disco troppo affollato. Già la copertina è un baillame di personaggi più o meno psichedelici, vicini all’estetica anni ‘60 dell’autore: santoni, chiromanti, barboni, capelloni, creature dei boschi, quasi fosse una versione ancora più freak di “Sgt Pepper’s”.
Ventidue tracce poi sono troppe: se si faticava a tenere il conto delle precedenti, che viaggiavano ad una media di sedici a disco, ora l’impressione è che Devendra abbia bisogno di qualcuno che gli tenga il freno, che filtri e orienti la sua creatività.
Non credo sia un caso che la produzione non sia stata affidata a Michael Gira, l’uomo che aveva scoperto e che aveva saputo valorizzare le intuizioni di questo ragazzo.
“Cripple crow” è un disco suonato in libertà ancora più di quanto lo fossero “Rejoicing in the hands” e “Nino rojo” e questa libertà nuoce a Devendra Banhart che a tratti finisce per incidere qualunque cosa gli venga in mente: manca quel minimo di severità che aveva reso i precedenti lavori più solitari ed essenziali.
Tra brani costruiti su semplici ripetizioni e episodi strampalati Banhart finisce per confondere l’ispirazione con l’esercizio, l’ironia con il cazzeggio più inconcludente: la propensione al bozzetto, all’interpretazione capace di suggestionare, è da sempre nel DNA di questo cantautore, che purtroppo finisce ora per andare sopra le righe.
Ad ascoltare pezzi come “The Beatles” e “Chinese children”, verrebbe da dire che è svanito l’effetto degli incantesimi e delle canne che Banhart ci aveva offerto in precedenza, ma non bisogna dimenticarsi della giovane età di questo cantautore (né per questo giustificarlo). Piuttosto “Cripple crow” è un disco non del tutto riuscito, un calo fisiologico dopo tanto scrivere, incidere e pubblicare che lo ha portato ad essere uno dei nomi di spicco della scena folk e non solo.
Banhart rimane un cantautore talentuoso e personale, fortemente intuitivo, che ha bisogno di essere orientato: gioca qua e là con generi e immagini (l’infanzia, la natura, la pace) e asseconda troppo sé stesso, lasciando spazio ad interpretazioni reiterate e alla sua indole spagnoleggiante (“Santa Maria De Feira”, “Quetate Luna”, “Luna De Margarita”).
Ecco il difetto di Banhart è, come si dice in gergo, che “si è lasciato prendere” dal suo spirito, un po’ panteista, un po’ fricchettone. Ma la cosa sorprendente è che nonostante tutti questi diffetti, “Cripple crow” è un disco di Devendra Banhart, forse il più immediato fin qua prodotto. Nelle sue incertezze e nel suo semplicismo contiene pezzi che piacciono, che solleticano l’ascolto e questo è sintomo di personalità, di magnetismo.
Anche se questa volta non basta per attirare a sé tutti i favori di un ascolto ripetuto ed approfondito.
Track List: