In un’epoca in cui gli emergenti devono farsi notare con dischi e modi il più appariscenti possibili, c’è chi si limita a inviare le proprie canzoni al mondo come fossero cartoline.
Il mittente in questione è Dayna Kurtz, non una alle prime armi, dato che ha alle spalle anni di concerti, numerosi demo e un set strabiliante al South By Southwest di quest’anno. Comunque “Postcards from downtown” è il suo primo disco e arriva dritto dalla periferia di New York, per la precisione da Paterson nel New Jersey.
Avendo suonato con Chris Whitley, Richard Buckner, Kelly Joe Phelps e anche con B.B. King, Dayna ha imparato l’umiltà e la raffinatezza dei grandi: il suo suono è una combinazione di atmosfere jazzate, canzone d’autore ed arie popolari d’origine europea.
Lei infatti nutre un amore per la tradizione melodica italiana-francese e profonde naturalmente questa passione nelle sue canzoni e nel suo canto. Ciò contribuisce ad aumentare nella sua musica quelle sfumature da club bohèmienne, che le appartengono per natura.
Il pregio di “Postcards from downtown” sta in una personalità che emerge già in maniera autoritaria e personale. Dayna canta con l’instabilità sofferta di Joni Mitchell e di Billie Holiday, ma anche con la fermezza rock di Melissa Etheridge e con la profondità classica di Mary Coughlan, e lo fa con una voce che suona solo sua. Non si cade nel solito paragone, se si afferma che il solo Jeff Buckley, con il suo ep “Live at Sin-è”, era riuscito a trovare sin dall’esordio una voce emotivamente così forte: Dayna non ha certo la stessa visione lirica, ma una completezza e un approccio che fanno di lei “una voce”.
Le canzoni si alzano su un fondo acustico e romantico, impreziosito da fisarmonica e contrabbasso. Anche quando azzarda degli echi di programming e una ambient guitar, la Kurtz riesce sempre ad andare oltre la classica ballata: in questo senso, “Somebody leave a light on”, con la presenza di Richie Havens, è una prova di coraggio riuscita.
Che si rivolga alla propria città natale o ad una nazione incapace di essere la terra promessa, lei arriva sempre ad un unico sentimento drammatico. Un tempo di valzer, dei colpi d’archi, una slide, un’e-bow, un dulcimer o addirittura un siparietto con versi cantati in italiano nel mezzo di “Paterson”: cambiano gli addendi, ma il risultato rimane uguale.
“Postcards from downtown” è il disco di un’artista che si sta librando in volo con sicurezza sopra i quartieri di periferia da cui è cresciuta.
Track List: