Dayna Kurtz - Beautiful yesterday

Dayna Kurtz

Beautiful yesterday

2004 - KISMET RECORDS

07/10/2004  |  di Christian Verzeletti

La “voce” di Dayna Kurtz ci aveva già colpito al suo esordio, “Postcards from downtown”. Quel disco aveva creato attese ed aspettative più in un numero ristretto di appassionati che nei media, sempre tesi a saltare da una novità all’altra.
C’è da scommettere che “Beautiful yesterday” godrà di meno spazio e considerazione, non solo perché Dayna non è più una next big thing e perché è “già” al suo secondo disco: il fatto è che questa raccolta è una prova di assestamento su un terreno classico, in bilico tra il jazz, il blues e la canzone europea.
Forse sarebbe stato più proficuo, in termini di visibilità, puntare su un suono più moderno, continuando ad azzardare la profondità del canto con qualche tocco di programming come fatto in “Somebody leave a light on” o lavorare ulteriormente su strumenti tornati a fare scuola, come e-bow, slide, dulcimer, wurlitzer ecc., invece “Beautiful yesterday” gode di un’impostazione più tradizionale, a partire dalla strumentazione sobria e dalla scelta dei brani, imperniata su cover d’autore.
È un passo crediamo necessario a Dayna per rinforzare le proprie basi, per prendere coscienza dell’origine e delle fondamenta della propria voce, prima di decidere in che direzione innalzarla.
Da Billie Holiday a Prince, da Leonard Cohen a Duke Ellington, passando attraverso qualche brano proprio, il disco è un susseguirsi di ballate più o meno sommesse, in cui la Kurtz punta a scavare più che alzare la propria voce.
Anche quando vengono aggiunti dei fiati, strozzati nell’oscura “Love Where Did You Go?”, o, quando il basso carica il groove in “Joy in Repetition”, le interpretazioni mantengono una sobrietà intensa, che non si stempera neanche quando “Those Were the Days” lascia struggere la melodia su un’aria zingara fino a raggiungere un andamento bandistico con tanto di fisarmonica e violino.
Buona parte del disco, fin oltre la metà, dimostra quanto la voce della Kurtz possa scendere nelle profondità di una canzone, aggrapparsi ad un suo punto remoto e poi voltarsi con la mano tesa per condurre con sé l’ascoltatore.
Da “Amsterdam crown” in poi invece la tensione comincia a scemare: tra una dichiarazione del proprio amore per l’Europa (“Amsterdam Crown”), una per il jazz (“I Got It Bad”) affiancata da Norah Jones, una per il blues (“Lost and Looking”) e una per la lingua francese in stile Edith Piaf (“Parlez-Moi d´Amour”), si ha l’impressione di una serie di concessioni che deviano dalla densa linea cantautorale del disco. La title-track, posta in conclusione, cerca di tornare a muoversi tra anfratti oscuri, ma si perde in un bridge di archi quasi lirico.
“Beautiful yesterday” è un esercizio che si dovrebbe rivelare utile all’autrice per intuire la strada da scegliere in futuro, scelta necessaria e severa per chi, come lei, è in grado di far vibrare le corde dell’anima da un qualunque punto del proprio cammino, anche quando è ferma a contemplare le proprie origini.


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Track List:

  • Music Box|
  • I Belong to the Wind|
  • Love Where Did You Go?|
  • Left Alone|
  • Joy in Repetition|
  • Those Were the Days|
  • Everybody Knows|
  • Amsterdam Crown|
  • I Got It Bad (And That Ain´t Good)|
  • Lost and Looking|
  • Parlez-Moi d´Amour|
  • Beautiful Yesterday

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