Ormai è chiaro che nella testa di Dave Matthews qualcosa deve eessere andato in pappa. Non si tratta tanto della pausa presa dalla sua band o di un suono che vorrebbe cambiare direzione. È qualcosa di più preoccupante: mancano le canzoni e l’approccio, ovvero quelle che erano le fondamenta della sua musica.
Dischi come “Everyday” e “Busted stuff” avevano richiesto qualche sforzo per essere capiti e, pur non essendo all’altezza dei migliori lavori della Dave Matthews Band, conservavano qualche dignitoso risultato.
Ora invece “Some devil” non ammette né dubbi né eventuali interpretazioni: è un disco scialbo.
Sarà per le perdite affettive che lo hanno afflitto, sarà per qualche bicchiere di troppo: in ogni caso Dave Matthews ha perso l’orientamento. Ne è prova questo suo primo disco solista, in cui il tentativo di una nuova direzione si tramuta in uno smarrimento del suo rhythm’n’blues e di qualunque slancio strumentale.
E dire che alla chitarra ci sono Tim Reynolds e sua maestà Trey Anastasio, mente libera dei Phish. È significativo che l’apporto dei due non riesca a sollevare le sorti del disco, prova di una volontà di procedere ormai verso il pop.
Il fatto è che Dave Matthews non è un autore pop: non ci sono singoli e difficilmente il disco riuscirà a vendere, soprattutto al di fuori degli States.
Per di più, Dave Matthews non è un autore di pop nobile, da camera, come vorrebbe farci credere con questo disco e come è invece Elvis Costello. Forse lo potrebbe diventare, se solo si ricordasse di aver ricevuto in dono da madre natura quelle sincopi su cui costruiva le sue canzoni: questa potrebbe essere una soluzione al pop piatto di “Some devil”, da usare come fa Costello con i suoi pezzi ironici.
Non basta riempire i brani con una notevole quantità di arrangiamenti d’archi, più synth, fiati e programming. Non basta nemmeno aggiungere qualche percussione e qualche timida vocals per recuperare le proprie origini (sud)africane. E non basta cantare alla grande, come lui riesce ancora fare e come (almeno questo) gli va riconosciuto.
Solo “Dodo” e “Gravedigger” hanno qualche sprazzo di ciò che Dave Matthews è stato, ma anche questo si perde in una normalità da b-sides. E non è una questione di produzione, come poteva essere successo per i dischi precedenti.
“Stay or leave” è l’esempio di come oggi Dave Matthews si impegni a sciupare i suoi pezzi: inutili gli effetti del programming e retorici anche gli archi. Non cambia il risultato che siano state smosse orchestre illustri come la Dirty Dozen Brass Band, il Seattlemusic Group, il Seattle Group Strings o la Total Experience Gospel Choir.
L’unico confortanto di “Some devil” viene dal booklet e dal cd live con Tim Reynolds, in “omaggio” nell’edizione limitata. Ma è troppo poco.
Track List: