Dave Douglas - Strange liberation

Dave Douglas

Strange liberation

2004 - BMG

08/10/2004  |  di Christian Verzeletti

Dave Douglas è una delle voci più autorevoli dell’ultimo decennio di jazz americano. Nonostante presti la sua opera anche per lezioni universitarie e componga su commissione di solenni istituzioni, è riuscito a mantenere (o a sviluppare, a seconda dei punti di vista) un approccio capace di indagare i confini del genere, come fosse un’avanguardia libera da restrizioni concettuali.
Tutti i suoi progetti possono essere presi a simbolo di questa ricerca, che sfocia ora in “Strange liberation”, titolo già significativo di una progressione personale e sociomusicale.
Il riferimento parte da un discorso di Martin Luther King (“Devono proprio vedere gli Americani come degli strani liberatori”) e va alla situazione politica attuale degli Stati Uniti: in tempi in cui molti si sentono in dover di prendere posizione con forza, la voce di Douglas si leva discreta, facendo leva sulla coscienza storica ed umana della società americana. “Strange liberation” non fa nomi e non lancia invettive, si rivela come un disco più umanitario che politico, ma il suo effetto è ugualmente mirato a “liberare”.
Se poi si pensa che Douglas sognava (letteralmente e fisicamente come da lui ammesso nel booklet) di fare un disco con Bill Frisell dal 1987, si può intuire come questo album rappresenti una vera liberazione, prima di tutti per il suo autore.
A Frisell è appunto dedicata “Frisell dream”, sviluppata su una melodia apparsa in sogno: al chitarrista è poi concesso spazio e atmosfera ovunque tanto che le sue note ondulate vanno a permeare quasi ogni pezzo. “Strange liberation” ha comunque un suono discorsivo, con il piano di Uri Caine a ficcare punteggiature tra le voci dello stesso Douglas (tromba) e di Chris Potter (sax e clarinetto).
Douglas si muove sul terreno dell’american music, il soul, il blues, il rhythm’n’blues, e lo fa con una voce carica di pietà nei confronti delle proprie origini, per meglio comprenderle, ma soprattutto per sublimarle, per andare oltre le loro forme e anche la loro drammatica realtà: “Just Say This” è un’aria di estremo cordoglio seguita all’11 Settembre, mentre “Seventeen” è un’aspirazione ad una gioia superiore, che passa per strade complesse e intricate.
Ogni strumento porta il proprio contributo con tempi leggermente sfasati, che difficilmente combaciano: l’intenzione è quella di uno slancio corale, di un’armonia che non arriva a completarsi. C’è sempre qualche forma di estraneità che si para di fronte e che permette di aspirare solo idealmente alla liberazione collettiva.
Nel complesso manca un brano che rompa con l’insieme, che rappresenti l’inspiegabile, il dramma incomprensibile. Qualcosa in questo senso lo fa il piano di Uri Caine (in “The Jones”), forse troppo spesso educatamente delegato ad insinuare i suoi dubbi in modo sottile, dal basso.
“Strange liberation” rimane un’opera sublime, da prendere ad esempio come ideale umanitario.


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Track List:

  • A Single Sky|
  • Strange Liberation|
  • Skeeter-Ism|
  • Just Say This|
  • Seventeen|
  • Mountains from the Train|
  • Rock of Billy|
  • The Frisell Dream|
  • Passing Through|
  • The Jones|
  • Catalyst

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