Dave Alvin - Ashgrove

Dave Alvin

Ashgrove

2004 - Yep Records

15/06/2004  |  di Maurizio Pratelli

Ad un primo e frugale ascolto di questo disco ero rimasto entusiasta: la voce di Alvin ed il ritorno ai suoni elettrici mi avevano subito rapito. Poi questa visione appassionata ha lasciato posto ad un ascolto più “sincero”, più attento ed il disco si è un po’ spento.
La sensazione è stata identica a quella che si prova con un fiore di campagna: splendido appena colto, ma troppo veloce ad appassire. Questo nuovo album di Alvin arriva dopo un capolavoro acustico come “Public Domain”, ultimo episodio di una trilogia dedicata alle radici, e sembra un disco incompiuto, a volte stanco, che non ha preso una strada definita.
Se la volontà di ritornare ai suoni elettrici - ben evidenziata in copertina dal primo piano di una consumata Fender - sembra chiara, lo sguardo pensieroso nelle foto interne riflette invece i dubbi che si celano all’interno del disco.
Il rock, il blues e le ballate sono gli elementi dominanti di “Ashgrove”, come dire: riparto con la chitarra dei Blasters, dai primi dischi “solo” (ve lo ricordate lo splendido “Romeo’s Escape”?), ma non dimentico e non rinnego gli episodi acustici.
Potrebbe sembrare che in questo album – il primo con la Yep, dopo un paio di lustri con la Hightone - Alvin abbia cercato di riassumere il meglio della sua produzione, senza tralasciare nulla di quanto di buono, spesso eccellente, fatto in questi ultimi quindici anni. In realtà, questo desiderio è realizzato solo in parte. Perché se è vero che le tracce portano tutte in questa direzione, non essendo questo un greatest hits, è altrettanto vero che troppo spesso, i solchi non sono profondi ma solo appena accennati.
La “title track” inizia con un rombante e trascinante rock blues, condotto con mestiere dalla chitarre e da una voce sicura, ma i toni si abbassano subito dopo con “Rio Grande”: sembra che a cantare questa canzone scritta con Tom Russel (la cui interpretazione rimane insuperabile per intensità emotiva), ci sia il Mark Knopfler degli ultimi dischi “americani”: non è un demerito, ma dal “Re della California”, è lecito attendersi più calore. Al contrario, “Nine Volt Hearts” è una ballata intensa e coinvolgente, soffice nell’uso delle chitarre e delle parti vocali, nelle quali Alvin sfodera con commovente dolcezza il suo splendido vocione.
La seconda metà del disco suona più spenta, in sintonia con le tristi note di “Man in the Bed”, brano dedicato al padre recentemente scomparso ed episodio che sicuramente ha influenzato buona parte del lavoro. La conclusione è invece lasciata a “Somewhere in Time”, molto meno convincente rispetto alla versione originale composta con i Los Lobos per il recente e sconclusionato “The Ride”.
In questo album un grande chitarrista come Greg Leisz (Joni Mitchell, Victoria Williams, Ryan Adams, Wilco, Paul Westerberg, ect) ha suonato, prodotto e in qualche modo guidato Alvin verso un suono più diretto, in parte improvvisato, ma resta il fatto che da un musicista come Dave Alvin ci si aspetta di più. Si fa fatica a pensare che un eroe dell’american music possa farsi prendere per mano fino a farsi trascinare in qualcosa di incompiuto. Questo disco da l’idea di un figlio strattonato, che in più di un’occasione ha cercato di divincolarsi ed alla fine ha ceduto. Stanco.


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Track List:

  • ASHGROVE|
  • RIO GRANDE|
  • BLACK SKY|
  • NINE VOLT HEART|
  • OUT OF CONTROL|
  • EVERETT RUESS|
  • SINFUL DAUGHTER|
  • THE MAN IN THE BED|
  • BLACK HAIRED GIRL|
  • SOMEWHERE IN TIME

Dave Alvin



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