Toh, i Cracker! E chi se li aspettava più dopo il tonfo provocato dalla caduta di “Forever”?
Da tempo in lite con la casa discografica, avevano speso gli ultimi anni tra progetti paralleli e un paio di dischi passati ad esercitarsi sul country, giusto per dare l’ultimo fastidio alla major di turno. Li davamo per spacciati, sull’orlo di un mesto rompete le righe, e invece sono tornati, forse spinti proprio dalla giocosità innescata con quella parodia di un Greatest Hits che è stata la loro ultima uscita (“Greatest hits redux”).
Chiariamo: “Greenland” non indica nessuna nuova via né tantomeno scopre territori inesplorati, ma almeno riavvista con chiarezza quella meta che ultimamente Lowery e soci avevano perduto dai loro quadranti.
Questa raccolta mette insieme quattordici tracce che come al solito compongono un fertile terreno rock, allettante e ben coltivato, un appezzamento raro su cui i nostri vecchi bucanieri possono rifugiarsi ogni volta che vogliono. L’immagine di una balena arenata sulla spiaggia rimanda proprio all’esperienza di lunga data dei Cracker, appartenenti a quella specie in via d’estinzione che è il rock’n’roll.
Sin dall’iniziale “Something you ain’t got” la coppia Lowery / Hickman torna a sguazzare con entusiasmo e con la giusta dose di amarezza, senza ritrarsi quando c’è da affondare i colpi: non sono risparmiati sberleffi ai tempi che corrono, ma soprattutto è ritrovato quel tiro che permette ai brani di suonare compatti anche quando vanno a sfruttare un vasto arsenale rock. Se “Where have those days gone” si porta dietro un ritornello alla Steve Wynn e “The riverside” le sventagliate degli Who, “Sidi Ifni” gode di qualche squarcio psichedelico e “Minotaur” di colpi oscuri arrangiati in più parti.
Il disco ha uno spessore che nasconde citazioni di viaggi alla Hemingway e visioni di un Pynchon al bar, ma quello che più stupisce è che non manca mai di divertire nemmeno nelle tracce più sornione. Sono contagiosi i giochi di keyboards di “I need better friends” e il reggae di “Better times are coming our way” con un atteggiamento un po’ guascone che sale di tono nel finale: il r&r di “Everybody gets one for free” e una ballata come “Darling we’re out of time” constatano la posizione da outsider dei Cracker.
Anche stavolta la banda di Lowery è infoltita da una serie di ospiti tra cui si scorgono Mark Linkous e Caitlin Cary, che queste canzoni ci fanno immaginare divertiti nel partecipare alle session.
“Greenland” è un disco fatto da filibustieri dalla navigata esperienza, capaci ancora di affrontare il mare con la leggerezza di una passeggiata fuori porta. Toh, i Cracker!
Track List: