Colore Perfetto - Il Debutto

Colore Perfetto

Il Debutto

2008 - Tempesta/Venus

Emergenti

08/04/2009  |  di Ambrosia J. S. Imbornone

Qual è il colore perfetto? A giudicare dalla copertina e dagli umori del disco di esordio del trio perugino, attualmente in tour, si direbbe il nero, quello di un disco lunare, percorso dai fremiti scuri dell’organo di Giacomo Fiorenza (a cui si devono registrazione e mix) e attraversato, nei testi del cantante e polistrumentista David Pollini, da barlumi di evocazione lirica, di stati d’animo e di sogni cancellati male, per parafrasare “Come se non bastasse”. Le storie di questo album sembrano delineare voli spezzati e parabole circolari senza sbocco, che si bagnano del peso oscuro delle insoddisfazioni, in grado di confondere i pensieri. La splendida “Immobile attendo”, dotata di un riff di basso e chitarra che ricorda i Radiohead più rock ma anche di un ritornello che ringhia cupo, celebra una staticità priva di sensitività, un’impressione di sospensione al di fuori della percezione della realtà in un’illusione straniata e rassicurante. “Il muro”, che si avvita attorno ad un riff ossessivo che fa venire in mente dEUS e P. J. Harvey, si snoda nella recitazione di Pollini per poi aprirsi ad un finale con Moltheni, in cui si interrogano e si mettono a tacere i rimpianti. “L’essenza”, che intreccia invece all’organo trame di chitarre acustiche struggenti di Alessandro Fioroni, scioglie e snocciola nei versi l’impotenza dolorosa a colmare la “distanza tra quel che penso e quel che faccio”, e si svuota nella percezione di quel “sogno che non ho realizzato”. La lacerata “Da quella sera” si attesta sulla soglie di ferite ancora aperte e lascia il segno con il basso oscuro e fascinoso di David, mentre appena più distesa risuona “Labbra morbide (karate)” con la fisarmonica di Roano Pollini. Alle chitarre post-rock di “Novecento” è affidata la chiusura “diffidente” del disco, che assomma i “frastuoni di incoerenza” e i veleni tra le scie di un secolo ancora troppo vicino, salutato nel nome del dolore. Da desideri rimasti a mezz’aria però si riparte nel respiro agrodolce della precedente “Come se non bastasse”, per alimentare la forza di ricominciare. Gli sprazzi di ottimismo di questo brano erano già in nuce nella magnifica “Un giorno qualunque”, con testo e voce di Moltheni, a cui si deve la cura artistica del cd, pubblicato dall’etichetta di Enrico Molteni (Tre allegri ragazzi morti) e masterizzato da Francesco Donadello (Giardini di Mirò). Nell’ariosità delle chitarre acustiche ed elettriche in questo pezzo per una volta si fantastica su un tempo che inverte il suo corso. E risarcisce del dispendio dei sentimenti. Il colore perfetto nasce dal buio, ma la somma dei colori resta sempre la luce, sospirata tra le ombre dell’animo.



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