Cocorosie - Grey Oceans

Cocorosie

Grey Oceans

2010 - Sub Pop

30/06/2010  |  di Alessandro Passarelli-Pula

Sono passati cinque anni da quando vidi un concerto delle CocoRosie. Mi trovavo a Bologna, ed era una torrida ed appiccicosa serata estiva, di quelle che si insinuano in modo mellifluo fin nelle ossa, un invisibile muro fluttuante d'acqua che t'impedisce di respirare. Ricordo con chiarezza che arrivai tardi, l'ingresso libero mi aveva sollevato da qualsiasi onere nei confronti della mia coscienza. Insieme ad altri ritardatari forzai l'ingresso per entrare, travolgendo il povero guardiano che tentava solo di impedire il sovraffollamento nello splendido Chiostro di Santa Cristina. Con un po' di pazienza mi ritrovai davanti, ad un lato del palco, a fissare con sguardo ebete Sierra Casady e la sua chitarra, incantato dalla grazia della voce che s'intrecciava leggera con il timbro aspro e spigoloso della sorella, entrambe accompagnate da un tipo che snocciolava ritmiche vocali trip hop e dal suono proveniente da un piccolo camioncino giocattolo che Bianca faceva andare avanti e indietro. In quell'istantanea c'era tutta l'arte naïf delle CocoRosie e del loro irresistibile minimalismo lo-fi, ahimè smarritosi qua e là tra 'Noah's Ark' e quel minestrone di trip hop, elettronica posticcia ed estetica pop chiamato 'The Adventures Of Ghosthorse And Stillborn'. Benché il nuovo 'Grey Oceans' non sia completamente inutile come il suo predecessore è lontano dall'atmosfera ipnotica del primo lavoro. E non si può certo dire che le sorelle Casady non abbiano lavorato sodo per ritrovare l'afflato perduto, il disco infatti è stato registrato a più riprese, nell'arco di quasi tre anni ed in vari continenti, sotto la guida di Nicolas Kalwill, ingegnere del suono conosciuto durante il tour sudamericano. Verrebbe da dire 'tanta fatica per niente' dato che i brani migliori di questo 'Grey Oceans' sono proprio quelli che si accostano alle scarne visioni di 'La Maison De Mon Rêve': la title-track, che poggia su melanconici accordi di piano, sul canto fanciullesco di Bianca e le consuete 'sporcizie' di fondo; 'Lemonade', nella quale il mood dolente del verse si alterna con quello vivace del chorus, in concomitanza con l'avvicendamento di Bianca e Sierra; 'Gallows', con il suo intreccio onirico di arpa e carillon. Il resto è veramente poca cosa, come il rarefatto esoterismo di 'Trinity's Crying', il 'tribal-hop' di 'Smokey Taboo' e 'Hopscotch', un misto tra la Björk di 'It’s Oh So Quiet' (Post) e quella di 'Homogenic'. Peccato, un altro passo falso.


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Track List:

  • Trinity’s Crying
  • Smokey Taboo
  • Hopscotch
  • Undertaker
  • Grey Oceans
  • R.I.P. Blue Face
  • The Moon Asked The Crow
  • Lemonade
  • Gallows
  • Fairy Paradise
  • Here I Come

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