20/02/2008 | di Ambrosia J. S. Imbornone
Tra i dischi più chiacchierati dell’anno appena terminato, continua a fare bella mostra di sé questo “A Sky With No Stars” dei Canadians, che nel mese di marzo parteciperanno anche al SWSX festival di Austin, in Texas.
Acclamati o snobbati come involontari emblemi di una scena indie disposta a creare nuove icone quanto facilmente a sopravvalutarle, i Canadians hanno proposto undici canzoni impregnate del sapore dolciastro e del retrogusto amaro del congedo dall’estate che si dissolve nella malinconia dell’autunno. Tra cori alla Beach Boys e ballate un po’ “lullabies”, ci presentano il timore e l’invocazione dell’arrivo dell’inverno, della fine di una prolungata adolescenza dell’animo e della giovinezza dello spirito, laddove le canzoni da festa del college lasciano il posto al romanticismo “visionario” di “Venus”, alle risposte volontaristiche dei dubbi di “Ode to the Season” o alle notizie pacatamente apocalittiche della inquieta “Good News”, imperniata nell’intro e nelle strofe sulla suspence della marcia scandita dalla batteria di Christian Corso e avvolta dalle spire di una suadente linea di basso di Massimo Fiorio.
Anche se sovrasta un ombrellone coloratissimo, il cielo della copertina del disco è spento e vuoto, senza possedere i punti di riferimento né del sole né delle stelle, come recita il titolo del lavoro. Tra cenni di post-rock e indie-pop caramelloso, outro e pause strumentali in bilico tra elettronica e tripudi di sonorità distorte, tra le chitarre elettriche “rumorose” di Michele Nicoli, carezzevoli arpeggi di chitarra acustica e i violini rarefatti del tastierista Vittorio Pozzato, si celebrano infatti nei testi del cantante Duccio Simbeni le insicurezze e le paure di una generazione indefinita di ormai non più ragazzini, che cerca di mantenere in vita i sogni a contatto con le disillusioni del quotidiano.
In una dimensione ideale o onirica (vedi soprattutto la piccola perla “Love Story on the Moon” o le avventure virtuali di “Last Revenge of the Nerds”), il cielo diventa allora anche via di fuga dall’alienazione della metropoli, da cui si fugge per ricercare squarci di natura e il coraggio di sentimenti autentici.
Almeno un paio di brani non reggono all’ascolto prolungato, risultando stucchevoli, ma, pur senza regalare nulla di rilevante e innovativo, i Canadians se la cavano. E lasciano con un nodo in gola difficile da mandar giù, un vischioso ricordo di piccoli barlumi di facile emozione.
Track List: