Cosa hanno i dischi di Brian Setzer di diverso? Che cosa li distingue l’uno dall’altro?
Queste domande ci sono sorte nell’ascoltare “13”, un po’ perché gli album di questo chitarrista rischiano di assomigliarsi tutti e un po’ perché il ritmo con cui ormai pubblica è serrato come quello dei suoi assoli più eccitati.
Setzer deve esser conscio del pericolo e difatti sta alternando con intelligenza (e con un tocco di scaramanzia che trapela dal titolo) tutti i progetti sviluppati in venticinque anni e passa di carriera: prima una reunion degli Stray Cats, poi un tributo alla Sun Records, seguita da una compilation dei Bloodless Pharaohs, quindi un disco natalizio della sua Orchestra e uno solista, per ora ultimo della lista.
Tante sigle, ma un solo marchio: la sua chitarra. Per quanto possa saltare dal rockabilly allo swing, con incandescenti soluzioni di continuità, il suo approccio allo strumento è unico e riconoscibile e marca a fuoco tutti i suoi lavori.
“13” è un disco sicuramente più rock dei suoi ultimi pubblicati: ci sono tracce di swing, pub-rock, country, hard-blues e via dicendo quasi a voler riassumere la strada fatta, ma a prevalere è la foga spontanea tutta rock(abilly).
I pezzi si muovono come sempre pimpanti, calcando anche su volumi più hard come in “Take a chance on love” e su un’esuberanza un po’ macho come in “We are the marauders”. Setzer sciorina il suo repertorio giochicchiando sporco in “Drugs & alcohol” e tirando le corde al r&r sfrontato di “Broken down piece of junk” fino a lasciar correre le dita sul manico.
C’è da divertirsi tra le lezioni di swing di “Don’t say you love me” e quelle di rockabilly di “Really rockabilly”, anche perché Setzer ci dà dentro impuntandosi, buttandosi in pennate a tutto braccio, lanciandosi in scivolata, a gamba divaricata e chissà quant’altro ancora: mosse e suoni sgorgano tanto sfrenati quanto cercati e voluti. Quello di “13” è un (altro) bigino che trita il rock dagli anni ’50 ai ’70 senza alcuna pretesa che non sia quella di far muovere tutto ciò che sta dal bacino in giù.
A qualcuno parrà la solita minestra riscaldata, e a tratti pare proprio l’ennesimo calco di Brian Setzer, ma, se ci si accontenta, si può annuire davanti alle scale stranite di “Bad bad girl (in a bad bad world)” o all’inchino finale di “The Hennepin Avenue Bridge” con banjo e basso tuba.
Ci sono anche un duetto con Tomoyasu Hotei in onore dei fans giapponesi, un paio di entrate da motociclista e alcuni tempi tenuti con un campanaccio, buoni al massimo per gonfiare il petto di sana ignorante virilità, ma al di là di queste risaputi colpi ad effetto Setzer è un intenditore, come dimostra l’immagine di una Gretsch in bella vista all’interno del cd.
“13” è un disco da patiti, per chi proprio non riesce a fare meno di stare senza il buon vecchio r&r.
Track List: