“House on hill” è stato registrato fra il 2002 ed il 2005 ed è l’ultimo album in studio con il vecchio trio composto dal pianista più Larry Grenadier (basso) e Jorge Rossy (batteria), sostituito già in “Day is done” del 2005.
Mehldau non è un pianista che necessita di presentazione, ma è giusto però sottolineare ancora una volta l’originalità del suo tocco per due motivi: primo perché ne dà nuovamente conferma in questo disco, secondo perché con lui la critica si è sempre divisa fra chi lo considera un genio e chi un bluff.
Fra le voci pianistiche contemporanee di sicuro è uno dei più preparati sia nel materiale jazzistico canonico, sia nella capacità d’immaginazione, sia nel saper trattare il materiale preso dalla canzone contemporanea (da Drake ai Beatles ai Radiohead).
Il suono di Mehldau richiama immediatamente anche in questo disco a quello di pianisti come Bill Evans e Keith Jarrett, dotati di una solida formazione classica; formazione e studio che in questo album come in altri Mehldau spiega nel testo del libretto che accompagna l’ascolto. In questo caso analizza il rapporto tra tema e variazione nella musica colta e la trasformazione avuta nel suo disco, partendo ovviamente da Bach e le sue interpretazioni contemporanee e Brahms.
Questa ricerca musicale che sta al fondo del disco segna di riflesso una composizione estremamente elaborata, ricca e complessa che si carica nel suo procedere come si può notare in “Bealtine” o nel movimento dell’accompagnamento della mano sinistra in “Boomer”.
“House on hill” è un disco estremamente stratificato, come l’approccio pianistico di Mehldau, leggibile e percepibile a vari livelli: mantiene l’immediatezza melodica tipica della scuola pianistica sopraccitata (i brani si fanno seguire e avvolgono l’ascoltatore nella loro pienezza senza difficoltà); rivela ad un secondo ascolto una maggiore complessità ed elaborazione formale. Se ascoltato accompagnato dalla lettura del libretto (e con buone competenze musicali) si può comprendere in tutta la sua complessità.
Il disco non presenta cover e nasce dalla registrazioni che avevano dato vita ad “Anything goes” (era lì che erano andate a finire le cover); qua i brani sono originali, tesi fra la scrittura e la fluidità dell’improvvisazione di un trio che si trovava ad essere decisamente rodato.
Il pianoforte è potente e, come spesso accade nel contesto della musica colta, prepotente, mentre la scrittura di Mehldau ed il suo improvvisare sacrificano decisamente gli altri strumenti: il basso ricava per sè qualche breve spazio in pochi brani e la batteria rimane lontana.
“House on hill” non è l’opera di un genio, ma rimane un bel disco ed un buon mezzo per conoscere il modo di Mehldau di avvicinarsi al pianoforte ed al jazz.
Track List: