Se si esclude la parentesi dal vivo di “Live in Tokyo”, era da tempo che non si ascoltava un disco di Brad Mehldau davvero convincente: troppo celebrale “Progression” e troppo evanescente “Anything goes”. A fronte di queste prove in studio piuttosto opache anche un capolavoro come “Largo” si era tramutato in un episodio isolato a cui lo stesso Mehldau non voleva o non poteva più dare seguito.
Invece “Day is done” è un’inversione di rotta che smentisce qualunque pregiudizio e che ci ripropone un musicista votato alla ricerca.
Non ci si faccia ingannare dalla scaletta che comprende la solita serie di cover: un pezzo dei Radiohead, due dei Beatles, uno di Nick Drake, uno di Paul Simon, uno di Burt Bacharach e uno di Bill Evans. E non ci si faccia nemmeno trarre in inganno dall’immagine di copertina con un tramonto da screensaver: “Day is done” è un disco teso, tuttaltro che adagiato sulle composizioni altrui.
Merito soprattutto dell’ingresso in formazione di Jeff Ballard, batterista presentato a Mehldau probabilmente da Larry Grenadier, che con lui aveva già lavorato in passato. Ballard ha alle spalle numerose collaborazioni con jazzisti d’avanguardia tra cui Kurt Rosenwinkel e Jazz Composers e difatti si dimostra una scelta azzeccata per sostenere ed aumentare le soppesate frammentazioni di Mehldau.
L’inizio dice già molto con la cover dei Radiohead introdotta prima dal contrabbasso e poi da un drumming fatto di tempi doppi, moltiplicati dai piatti che avranno un ruolo fondamentale in tutto il disco. Alcune parti eseguite da Ballard assumono addirittura le sembianze di un breakbeat dando l’impressione di un jazz da camera sperimentale in grado di poter andare oltre, magari trascendendo quanto fatto con “Largo” e sfiorando le lande spaziali di “Kid A”. È un’impressione suggerita non solo dalla versione di “Knives out”, ma anche dal finale di “She’s leaving home” e di “50 ways to leave your lover”.
Non è un caso che le tracce meno interessanti del disco siano “Alfie” di Bacharach che ribadisce l’ormai noto spleen icantato di Mehldau e l’esercizio per solo piano di “Martha my dear” dei Beatles. Assai meglio vanno le cose quando lo spirito romantico del pianoforte si coniuga con l’ansia alienata della ritmica, producendo accelerazioni come nella title-track, in “Artis” e in una memorabile “She’s leaving home”.
“Day is done” ha poi il pregio di essere assemblato nel migliore dei modi con una alternanza che stimola sempre l’attenzione grazie anche al contributo di una “Turtle town” dai passaggi pseudo-caraibici e da una “Granada” che accenna al flamenco. Nel complesso anche la chiusura di nuovo classica con “No moon at all” di Bill Evans suggella un disco che non è un capolavoro, ma che di sicuro si torna ad ascoltare ogni volta con rinnovato interesse a differenza di altri di questo illustre pianista.
Track List: