Brad Mehldau torna col suo trio: piano, basso e batteria. Deve essere questa la formula con cui si sente più a suo agio: è d’altronde la formazione con cui è cresciuto e si è affermato, quella con cui ha registrato la maggior parte dei suoi dischi in studio e dal vivo.
Eppure i suoi album più espressivi sono stati quelli in cui il trio non ha avuto un ruolo esclusivo: dal romanticismo solitario si “Songs” e di “Elegiac cycle” alle aperture moderne di “Largo”, è come se Mehldau avesse sempre avuto bisogno di condizioni estreme per marcare la voce del suo piano.
Troppo celebrali, troppo standard, troppo virtuosi i lavori con il trio che hanno rivestito di un’aria di assoluta perfezione dischi come “Progression”. Ed è questo anche il limite di “Anything goes”, che finisce per rientrare in quello che è il mondo ormai noto di Brad Mehldau, con qualche pezzo di jazz, qualche concessione al pop e qualche rimando alla musica classica.
Non mancano le cover, dallo swing saltellante di Cole Porter nella title-track allo spirito di Monk in “Skippy”, dal Paul Simon di “Still crazy after all these years” (per altro già sentita spesso dal vivo e sulla colonna sonora di “Space cowboys”) ai Radiohead di “Everything in its right place” (anche questa una presenza fissa). Manca la capacità di stupire, il guizzo di fantasia e quel minimo di rischio, di ricerca sperimentale che c’era per esempio in “Largo”.
C’è però una leggerezza interiore, tipica di u pomeriggio trascorso a passeggiare in un parco (Central Park?): “Anything goes” è pervaso da una tenue nostalgia romantica, non più profonda come in “Elegiac cycle”, ma con un suo godibile equilibrio.
Ne è un esempio la cover di “Smile” di Charlie Chaplin, che non è un capolavoro di originalità, ma offre degli attimi contemplativi attraverso una melodia che viene abbozzata in modo sottile e poi spezzata dalle sospensioni del piano (come anche in “Still crazy after all these years”).
“Anything goes” è un disco fatto di piccole emozioni abitudinarie, come la passeggiata domenicale in campagna e la scoperta di sentirsi ancora richiamati da un cinguettio o da una brezza tra i rami.
Insomma è vero che è “solo” un altro di Mehldau col trio, ma l’aria che si respira non è quella di un jazz club o di un loft metropolitano.
Track List: