Black Rebel Motorcycle Club - Take them on, on your own

Black Rebel Motorcycle Club

Take them on, on your own

2003 - Virgin

13/12/2003  |  di Claudio Mariani

A volte è facile farsi abbagliare dalle nuove realtà, soprattutto nel campo della musica; questo, tra l’altro, è un periodo nel quale di nuove proposte musicali ce ne sono state propinate a ripetizione, nuovi gruppi, artisti, che puntualmente occupano le prime pagine della stampa specializzata anglosassone.
Così ci siamo ritrovati sepolti da articoli, foto e recensioni dei vari Strokes, Libertines, Interpol, Yeah Yeah Yeahs, e, naturalmente i Black Rebel Motorcycle Club. Sinceramente pensiamo che questa profusione eccessiva di gruppi sia dovuta al vuoto che hanno lasciato gli Oasis, che per la seconda metà degli anni ‘90 hanno catalizzato l’interesse dei media e del pubblico inglese e americano (e non solo).
Ora che i due fratellini malefici non “pungono” più, lo scettro è stato conteso principalmente dagli Strokes e dai BRMC. Per quanto riguarda i secondi l’attenzione si è un po’ più spostata verso il loro rock più “marcio”, anche se, in una certa maniera, classico anch’esso, fatto di chitarre un po’ più distorte e a riff più volte ripetuti. La stampa si è sprecata in paragoni con gruppi del passato, per quanto ci riguarda, il riferimento, ai limiti del plagio, è ai Jesus & Mary Chain dal secondo album in poi. Questo non è del tutto negativo, visto che gli altri due fratellini del rock anglosassone, Jim & William Reid, sono stati un faro, ed è giusto che lo siano ancora, un esempio (musicale) dal quale attingere, ma spesso e volentieri gli episodi di fanatismo imitatorio possono infastidire.
Venendo al disco, quello che stupisce è che parte molto bene, con due singoli nelle prime tre tracce, oggettivamente devastanti: il primo “Stop”, fa gridare al miracolo, e il secondo “We’re all in love”, non è da meno. Anche le successive canzoni non sono male, poi succede qualcosa: la magia del disco si interrompe e subentra una sorta di sensazione che non esitiamo a definire noia.
Il disco nella seconda parte si trascina stancamente verso la conclusione; sempre gli stessi suoni, lo stesso cantato ripetuto fino allo spasimo. Rimane l’ottimo episodio di “Suddenly”, che stacca un po’ dal resto, e la deludente, unica traccia acustica, “And I’m aching”, dalla quale si può forse intuire la limitatezza del gruppo.
In totale un album discreto se preso singolarmente, fatto di alti e bassi, comunque niente di eccezionale. Se associato, invece, al precedente album d’esordio, possiamo sicuramente dire che non aggiunge niente, ne è praticamente una fotocopia (guarda a caso la copertina è in bianco e nero).
E’ un peccato, anche i BRMC sono inciampati alla seconda prova: sembra una peculiarità dei gruppi venuti alla ribalta un paio d’anni fa di arenarsi (ogni riferimento agli Strokes è puramente voluto), fare dei buoni lavori che non danno nulla di più a ciò che avevano già espresso. Li aspettiamo alla terza tappa, tempo per recuperare c’è e hanno la gioventù dalla loro parte, ma attenzione: ripetersi nel secondo disco è tollerato, farlo un’altra volta potrebbe essere letale, e la noia potrebbe divenire irritazione.


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Track List:

  • stop|
  • six barrel shotgun|
  • we’re all in love|
  • in like the rose|
  • ha ha high babe|
  • generation|
  • shade of blue|
  • u.s. government|
  • and i’m aching|
  • suddenly|
  • rise or fall|
  • going under|
  • heart + soul

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