Questa è una recensione strana, perché interessata soprattutto a cogliere lo spunto offerto dal disco di omaggio ad Arthur Russell firmato da un combo di vecchi amici e collaboratori per ricordare un musicista eterodosso, geniale ed affascinante ma forse troppo in anticipo sui tempi.
Nato nel 1951 in Iowa, il giovane Russell arriva a New York nel 1973, con alle spalle studio di violoncello e piano, esperienze di vita in una comune buddista di San Francisco e lavori con Allen Ginsberg. Qui studia musica elettronica e sostituisce l’amico Rhys Chatam come music director di The Kitchen, locale di riferimento per la musica avantgarde del periodo, nel quale propone una controversa programmazione, mescolando punk, aperture pop e minimalismo.
Seguono anni di attività intensa ma carbonara, spesi tra collaborazioni di ampio respiro con nomi che vanno da Philip Glass e Peter Gordon fino a David Byrne, gestione di gruppi (Sailboats, Necessaries, Flying Hearts e altri) con cui inseguire sogni borderline tra folk, rock e pop, un lavoro incessante sulla composizione, progetti orchestrali e incisioni soliste in cui esplorare le potenzialità espressive del violoncello arricchito da effetti di ogni sorta.
E poi, il colpo di fulmine per la scena underground disco, all’interno della quale esprimere la sua visione di una musica libera di volare sopra i generi codificati, coltissima nelle fondamenta ma leggera e godibile nelle forme, capace di frullare minimalismo, classica, no wave, electropop, improvvisazione, raga indiani, e rock al ritmo ballereccio di una notte disco.
Vittima della propria visione anticipatrice, geniale ma troppo perfezionista, incompreso, non baciato dal successo di massa che cercava e avrebbe meritato, travolto da uno stile di vita promiscuo cui pagherà pegno, Arthur Russell muore di AIDS nel 1992 a soli 41 anni, lasciando un migliaio di nastri registrati e brani non terminati.
Poco noto in vita, poi dimenticato per venti lunghi anni, Russell ha ottenuto crescente attenzione negli ultimi tempi, grazie all’uso di qualche suo brano in spot pubblicitari, alla pubblicazione di alcune raccolte benemerite, a cover di omaggio ed alle tardive ristampe dei suoi lavori. Non ultimo, in questa fase di riscoperta, il contributo di The Wild Combination, documentario a lui dedicato nel 2008, e l’attività degli Arthur’s Landing, sorta di tribute band di eccezione composta da collaboratori ed amici del nostro eroe, che a partire dal 2008 hanno iniziato ad esibirsi in locali di New York proponendo la musica dell’amico scomparso.
Il gruppo, un ottetto di base ovviamente aperto ad altri contributi, schiera tra gli altri il bassista Ernie Brooks, il grande Peter Zummo al trombone, Steven Hall alle chitarre e Joyce Bowden alla voce.
Tutto questo, purtroppo, non si sostanzia in un lavoro di esordio all’altezza delle intenzioni: Arthur’s Landing è ottimamente suonato ma non del tutto riuscito, in quanto a tratti troppo freddo e patinato, privo di quel fascino misterioso e inafferrabile che l’originale ancora oggi mantiene.
I nuovi arrangiamenti, a cura della band, spesso appesantiscono i brani e propendono per una rilettura eccessivamente mainstream, schierata in direzione electro funk, a tratti jazzata, a tratti latineggiante, con alcuni excursus più disco, come in Love Dancing e in Your Motion Says. Nell’insieme però prevale una patina di polveroso e scontato deja vù: l’opposto di tutto quanto Arthur fu capace di fare.
Il repertorio scelto combina brani noti del songbook di Russell, la commovente e perfetta It’s a Boy e il pop sognante di Bobby, con rarità estratte dall’armadio dei ricordi, You Can’t Go Back, e brani inediti, a volte ricostruiti ex novo da frammenti, accenni o linee melodiche originali, come nella rilettura dub dell’arrangiamento originale dei fiati di This Is How we Walk On The Moon, o nei vari strumentali Singing Tractors.
Intento apprezzabile, quello della ripartenza dall’originale, ma il più delle volte privo del guizzo necessario per andare altrove davvero.
Ma forse la “colpa” sta nella esagerata bellezza del modello ispiratore e nella irripetibilità di una visione all’epoca isolata ma che oggi è radicata nel presente, e che è difficile rileggere a posteriori. Il disco è comunque un omaggio sincero, che consente di spendere ancora qualche parola su un musicista geniale che dalle nostre parti è purtroppo del tutto ignoto.
In ogni caso, se siete arrivati fino a qui, il modo migliore per iniziare a fare i primi passi nel magico mondo di Arthur Russell è partire dalla compilation First Thought Best Thought, dallo straordinario World of Echo, lavoro finale del nostro eroe per cello e voce, e dal sito di Audika Records, http://www.audikarecords.com, la label esclusiva distributrice dell’opera del Nostro.
Track List: