Ani Difranco - Red letter year

Ani Difranco

Red letter year

2008 - Righteous Babe Records

22/11/2008  |  di Alessandro Passarelli-Pula

Diciassette album in studio (esclusi live ed EP) dal 1990 ad oggi! Partirei da questo dato per raccontarvi la nuova fatica di Ani DiFranco, “Red Letter Year”. Un dato che potrebbe suonare sterile ed inutile se non si considerasse la qualità dei suoi lavori, che ci ha irreversibilmente viziato e i continui cambi di rotta nei quali ci siamo crogiolati. Da piccola folksinger acerba, ma già dotata di una sincopata e nervosa tecnica chitarristica (suo particolarissimo marchio di fabbrica), Ani ha attraversato stili e mondi differenti, prima come solista, poi facendosi accompagnare da basso e batteria, infine rivoluzionando la sua band con l’introduzione di fiati e musicisti dall’attitudine jazz. Un periodo magico, quest’ultimo, che parte con “Little Plastic Castle” e termina con “Evolve”, durante il quale la cantautrice di Buffalo si tuffa nel funk, nel jazz, arrivando a sfiorare melodie che si ascoltano in Piazza Garibaldi, a Città del Messico (le trombe di “Little Plastic Castle”) e ritmi latino-americani (Here For Now).
“Evolve” mette il punto esclamativo a questa fase ed Ani sente l’esigenza di ritrovare sé stessa nella solitudine di uno studio casalingo dove lavorare in tranquillità con la sua chitarra.
E’ la chiusura del cerchio, il ritorno alle origini (Educated Guess), segnati però da una maturità compositiva, vocale e strumentale che ci lascia senza fiato. Poi il ritorno alle collaborazioni, il sodalizio artistico con l’ottimo contrabbassista Todd Sickafoose dura oramai da qualche anno. Cosa dire dei sui testi? Ispirati, poetici, impegnati e spesso critici nei confronti del mal governo del suo paese.
E’ quasi scontato che tutte le ciambelle non siano riuscite col buco, ma anche negli album meno convincenti, come il penultimo “Reprive”, sono presenti perle nascoste (Hypnotized diventa un classico nello stesso momento in cui la si ascolta) e sorprese, come un’attenzione ai dettagli, ai piccoli suoni, che conferiscono al disco un minimalismo quasi inedito nella discografia della DiFranco.
Con “Red Letter Year” Ani torna con un suono ricchissimo e si fa co-produrre dal musicista e compagno Mike Napolitano. La novità più evidente è una sezione d’archi che, in modo compassato e mai ridondante, accompagna quasi ogni brano ed ancora, marimba e vibrafono fanno capolino qua e là cesellando arrangiamenti che rasentano la perfezione. Il risultato è un disco dinamico (come la Nostra non ce ne regalava da un bel pezzo), che risplende di una luce estatica e nel quale si mescolano con armonia tutte le esperienze musicali attraversate in carriera. Si ascolti il funk di “Emancipated Minor”, incupito da uno scuro incedere d’archi, brano che potrebbe tranquillamente figurare in “Revelling/ Reckoning” o “Round A Pole”, scarna nella strumentazione e cantata con una voce meravigliosamente jazzy, in cui viene tirata in ballo la vita di coppia con la logica, ma non scontata conclusione, che è meglio collaborare che combattersi “Cuz I have studied my own pain/ like an ambitious scientist/ and I’ve discovered It’s all the same/ And has nothing to do with this”. Chi ha avuto la fortuna di vedere l’artista di Buffalo recentemente o chi l’ha ammirata nello splendido “Live At Babeville” avrà sicuramente notato una Ani “diversa”, più rilassata, incontenibile e gioiosa. Merito della sua bimba, Petah Lucia, avuta proprio con Mike Napolitano.
Il diventare genitori arricchisce la vita e ciò non poteva che avere un impatto straordinario su una musicista di rara sensibilità e, conseguentemente, sul suo modo di esprimere sé stessa. Il frutto di quest’esperienza è “Red Letter Year”.
I testi dell’album risentono molto della recente maternità. “Present/Infant” è una tipica folk song à la DiFranco, un dolce acquerello dedicato alla figlia (But now here’s this tiny baby/ And They say She looks just like me/ And She is smiling at me/ With that present/infant glee) reso ancor più delicato da note di vibrafono distillate con sapiente cura. Ani parla chiaro anche in “Smiling Underneath”, con una ritmica iniziale quasi trip-hop, nella quale elenca tutte le seccature della quotidianità precedute da un “I don’t mind”, perché “Long as I’m with You/ I’m having a good day…Long as I’m with you I win” (espressione del suo amore per il compagno e/o la sua bimba).
Una musicista meno irrequieta dunque, ma non per questo meno tenace e combattiva.
“The Atom”, inframezzata nel bridge da un epico crescendo d’archi, è una splendida ed agrodolce lode alla perfezione della struttura prima della materia, ma anche un severo ammonimento (Yes, messing with the atom/ Is the highest form of blasphemy) all’incoscienza dell’uomo che “gioca” con la natura per produrre strumenti di morte.
Potrei continuare ad elogiare ogni singola canzone del disco, “Alla This”, cupa e ritmata affermazione dell’identità femminile o la conclusiva “Red Letter Year Reprise”, un tripudio gioioso di fiati in salsa Dixieland, ma sarebbero solo altre parole. Questo disco va ascoltato fino ad usurarlo, come si faceva una volta, quando con un click non ci ritrovavamo nel computer intere discografie.
Concludo con un sorriso amaro rivolto a tutti coloro che, in riviste e siti specializzati, hanno riservato a quest’album un trattamento che assolutamente non meritava. Se non è gran musica questa…


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Track List:

  • Red Letter Year|
  • Alla This|
  • Present/Infant|
  • Smiling Underneath|
  • Way Tight|
  • Emancipated Minor|
  • Good Luck|
  • The Atom|
  • Round A Pole|
  • Landing Gear|
  • Star Matter|
  • Red Letter Year Reprise

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