A breve distanza dalla pubblicazione del dvd “Render” – testimonianza live risalente allo scorso maggio – Ani DiFranco concede il bis con “Knuckle Down”.
Prolifica come sempre, avida di vita e di note, la ragazza di Buffalo non è mai parsa finora soffrire del famigerato “blocco dello scrittore”. In una carriera segnata da una produttività quasi industriale è però corretto chiedersi se ad un simile richiamo corrisponda sempre un risultato artistico degno delle premesse. L’intelligenza del personaggio potrebbe contribuire a mitigare un giudizio che non può che essere articolato: Ani DiFranco alterna da anni veri e propri capolavori da custodire gelosamente a lavori meno necessari, dove la classe supera il progetto di base e la voce nasconde abilmente la fretta di uscire con qualcosa di nuovo.
È un’urgenza che viene ribadita anche dalla particolarità della confezione apribile di questo nuovo album in studio: l’immagine di un palmo aperto si schiude nell’estrarre il cd suggerendo con decisione e fierezza una manualità tanto professionale quanto artigianale, tanto indipendente quanto aperta.
Le dodici tracce di “Knucle Down” riprendono il discorso condotto a fondo nel precedente “Educated Guess”, l’oscuro e solitario album dello scorso anno: la title-track di oggi si basa sullo stile chitarristico che faceva allora di “Bubble” una chiusura in crescendo, fra colpi portati ad una chitarra acustica come fendenti al basso ventre. Ma già dal secondo brano l’ennesima emancipazione della Difranco inizia lentamente a compiersi – in una sorta di strisciante dejavù provato anche su altri suoi lavori – stavolta sulle note del violino di Andrew Bird e con l’ingresso di alcune percussioni.
Le melodie si aprono piano, si dipanano come il cerchio provocato da un sasso lanciato in uno stagno: è così che alcune delle più belle canzoni scritte dalla ragazza nell’ultimo quinquennio trovano qui la propria dimora (dove “Studying Stones”, “Sunday Morning” e “Recoil” sono solo scelte personali).
Il merito va equamente diviso con il combo di nuovi musicisti selezionati dal produttore/cantautore Joe Henry: così, la splendida solitudine produttiva dello scorso anno si tramuta oggi nella marcia al piccolo passo di “Paradigm”, storia familiare di immigrazione e di democrazia di quartiere all’opera, vista dagli occhi di una bambina.
Il ritrovato sodalizio con un gruppo – seppure in astratto costituito da turnisti – contribuisce all’accessibilità dei nuovi pezzi, mentre lo stile chitarristico di Ani DiFranco, quel colpire e pizzicare le corde dell’acustica con studiata durezza, continua senza sosta. Tutto risulta perfettamente compiuto nella brillante ritmica di “Modulation”, dove lo strumento sposa le movenze del testo e la spicciola elegia di un legame ormai rescisso ma ancora impresso nella memoria.
Quello stesso legame che Ani continua a spezzare e riallacciare di disco in disco con la propria musica.
Track List: