Di fronte a questa raccolta antologica, come a tante altre, è lecito per prima cosa chiedersi se ce ne sia realmente bisogno.
Probabilmente no, se si pensa che Ani DiFranco ha già abbondato in pubblicazioni, arricchendo ultimamente la sua discografia anche di una bootleg series dal vivo. O forse sì, per mettere ordine e per magari sancire una nuova fase della propria carriera, come in precedenza avevano fatto i live “Living in clip” e “So much shouting so much laughter”.
Comunque sia, “Canon” è una signora raccolta, di quelle che hanno un senso dall’inizio alla fine. L’occasione è buona per ripercorrere il cammino di un’artista fiera ed indipendente, una delle poche vere indipendenti, che si è saputa evolvere in modo personale partendo dal folk e ritornandoci in una forma cresciuta dopo essere passata per il rock, il funk, l’r&b e quant’altro.
Il percorso di questa piccola grande songwriter è stato dal 1990 ad oggi estremamente coerente ed organico. Chi si fosse perso qualche tappa, magari complice anche una certa stanchezza a cui hanno contribuito alcuni dischi acustici troppo in solitaria, può qua rifarsi cogliendo gli input di una musica mai doma, pronta a saltare a ritmo sincopato sulle idee e sulle corde anche di una sola chitarra.
Dagli esordi più spartani ai pezzi più ricchi, con tanto di fiati, questi due cd offrono pezzi noti e non, che meritano di essere riascoltati e riconsiderati soprattutto in un tempo come quello attuale in cui la musica viene consumata troppo in fretta.
“Canon” non è un greatest hits, perché ne sono rimaste fuori parecchie canzoni appetibili, ma piuttosto un progetto che cresce pezzo dopo pezzo, arrivando ad includere anche una manciata di brani riarrangiati per l’occasione con l’aiuto tra gli altri di Greg Dulli.
In tutto trentasei tracce che vanno sparate in successione una dopo l’altra oppure anche in random, come suggerisce la copertina con quel cannone che apre il fuoco liberando colombe bianche, giusto per ribadire la lotta pacifica che la DiFranco ha condotto con la sua musica sviluppando la lezione dei grandi del folk, Woody Guthrie in primis.
Piuttosto che segnalarvi le migliori canzoni in scaletta, impresa troppo difficile e ingiusta, preferiamo sottolineare le quattro fasi che sommariamente hanno caratterizzato la carriera di Ani DiFranco: la prima, più folk, fino al 1994; la seconda, quella di “Not a pretty girl” e “Dilate” più rock, fino al 1997; la terza, più ricca e variegata, fino al 2003 e poi l’ultima con il ritorno ad un folk minimale e radicale, suonato con un’autorità propria, fino all’ultimo “Reprieve” (2006).
Ma quanti artisti oggi si possono trovare come Ani DiFranco? Pochi, anzi, uno solo: lei.