Non sempre il sapore antico, le foto seppiate e scolorite e una scenografia demodé sortiscono un effetto positivo, di sovente questo approccio nelle canzoni dei nuovi cantautori mette la nausea, perché quello che cantano è solo un’emulazione ai tempi andati e non appartiene al cuore dell´artista: Alessandro Grazian si lascia trasportare da questa sua passione, ma ancora una volta va sopra le righe, seppure per il cantautore è ancora in corso una ricerca stilistica che parte dai maestri maledetti della canzone e del passato.
Con il suo nuovo lavoro intitolato Indossai Alessandro innova il suo stile: le canzoni sono vestite di tutto punto grazie ad un apporto strumentale che prende le distanze da quello stile primaverile e barocco, seppur elegante e complesso, presente nel precedente Caduto (2005); un nuovo portamento dunque, sia nella scrittura che nel complesso strutturale dei brani che ha raccolto intorno a se una serie interminabile di strumentisti, affezionati o appartenenti in qualche modo a casa Trovarobato (Enrico Gabrielli polistrumentista, Vincenzo Vasi theremin) e anche di un ospite d’eccezione come Emidio Clementi voce in “A San Pietroburgo”.
Non è secondario che Indossai abbia utilizzato arrangiamenti più o meno pesanti, i quali, in alcune occasioni, trascinano l´ascoltatore in un sogno infinito, spingono le melodie fino a toccare il cielo, come succede attraverso l´emozione di un incisiva ed ermetica di “Ballata”,o con la sperimentazione di “Diteci che siamo sani”, in cui la poesia è sommersa da inquietudine e malinconia.
La melodia convive con uno speciale circuito chiuso di concetti espressi, a volte introspettivi, altre volte troppo aulici od eccessivamente intimi per essere compresi senza adeguati approfondimenti nell’ascolto; a sprazzi questo estro artistico risulta essere smodatamente nobile: la scrittura viene deviata attraverso una metrica in rima come in “Fiaba rossa”, oppure può rimanere delicata, accompagnata da un´aria sviolinante come in “Soffio di nero”, o coniando una sorta di rock aristocratico come succede in “Chiasso”.
Basta ascoltare "Indossai" per guardare Alessandro Grazian mettersi a nudo con estrema naturalezza artistica, quasi tutta espressa dalla sua poesia, dai suoi pensieri più intimi e complicati, dalle sue paure, e per farlo si affida ad un gioco strumentale meraviglioso, pesante, ma essenziale per raggiungere il risultato ottenuto, un effetto tanto alto da averci messo in soggezione ancora una volta.
Track List: