“The forgotten arm”, ovvero “Il braccio dimenticato”, è una tecnica del pugilato che consiste nel preparare un colpo, nello specifico un montante che parte dal basso verso l’alto, nascondendolo fino all’ultimo momento.
Aimee Mann è a suo modo un pugile. Un pugile certamente atipico per via della corporatura esile e di un approccio poco aggressivo: prendendo come esempio il recente “Million dollar baby”, che tanto ha fatto parlare di pugilato, si può dire che la Mann è meno hollywoodiana e meno vincente della protagonista . Lei lavora ai fianchi con costanza, portando colpi mirati ma non pesanti, per poi centrare l’obiettivo con un inatteso gancio.
Questo suo nuovo disco è la prova di una tecnica che richiede applicazione e capacità non solo fisiche.
Nella sua carriera Aimee ha sempre lavorato in modo oculato, usando la testa, tanto per mantenere la metafora pugilistica: le sue canzoni sono basate su uno storytelling molto psicologico e il precedente “Lost in space” era strutturato proprio come una raccolta di piccole storie, quasi fossero le tavole di un fumetto.
“The forgotten arm” sviluppa ulteriormente questa capacità narrativa e si presenta come un classico concept: è la storia di una coppia on the road, lui pugile e lei , che cercano di mantenere la loro vita in carreggiata, ma non fanno che sbandare. Aimee ne tratteggia in modo mirabile la relazione collocandola in un’America altrettanto inquieta e tormentata, solo che, a differenza di altri dischi, fatica ad assestare quei ganci che le hanno consentito di cogliere importanti vittorie: c’è qualche bel colpo, ma ci sono anche riprese che finiscono in parità.
E dire che la Mann era giunta a questo match nelle migliori condizioni, forte di una serie di risultati qualitativamente notevoli da “Magnolia” in poi. La preparazione poi era stata condotta con un disco dal vivo e la rifinitura affidata ad un produttore del calibro di Joe Henry.
È evidente infatti che l’album ha alle spalle un notevole lavoro, in fase di scrittura e di suono: Joe Henry ha contribuito a sottrarre e ad asciugare l’insieme, evitando archi e trattamenti (che comunque la Mann aveva sempre gestito con personalità). Il risultato è molto anni Settanta e la band è più presente del solito con punte elettriche di chitarre e un lavoro assiduo di piano, organo, basso e batteria.
Come al solito, Aimee si produce in interpretazioni mai scontate, sia dal punto di vista del testo che del canto, ma i pezzi mancano di quella sottile leggerezza che li aveva resi così pungolanti, così spiazzanti.
C’è qualche colpo da notare a referto, tra cui “King of the Jailhouse” e “Going through the motions”, ma per il resto la Mann, forse troppo concentrata sulla narrazione, sembra prodursi in esercizi di tecnica. Alcuni sono davvero ben riusciti, ma rimagono delle discrete dimostrazioni di precisione e di equilibrio.
Alla fine la vittoria è ottenuta con merito ai punti.
Track List: