05/05/2011 | di Gianmario Ferrario
Di solito, la giovane età penalizza i lavori d’esordio di alcuni artisti, seppur magari abbiano un minimo di passato musicale alle spalle e qualcosa da dire. Poi, invece, ci sono casi straordinari come quello degli About Wayne, romani, venticinque anni in media, in grado di pubblicare, già al primo colpo, un lavoro maturo, cosciente e molto efficace tanto da sbeffeggiare band americane rodate e di successo internazionale .
Perché per amare Rushism basta un’ entrèe come The Maniac of the Seventh Floor: il sapore post-grunge viene riportato ai nostri tempi grazie ai suoni che, di fatto, sono piacevolmente più moderni, le distorsioni più curate e pure l’attenzione posta negli arrangiamenti dei brani si fa un passo avanti rispetto ai mitici anni novanta. L’ispirazione, in linea di massima, prende spunto dai Panic! At The Disco e forse, proprio per questo, non è un caso che anche la bella cover presente nell’album sia proprio Elenor Rigby visto che, per certi versi, a entrambe le band piace lavorare al rock con beatlesiana memoria. Ma in quanto a influenze, potremmo così continuare, per esempio rispolverando i dischi degli Incubus, maestri assoluti del connubio tra ieri ed oggi per quel che riguarda il rock alternative.
Oltre alla compattezza sonora della parte strumentale, c’è da fare un meritato applauso a Gianpaolo Speziale, cantante della band, a mio avviso tra i pochi in Italia in grado padroneggiare come si deve questo genere dimostrando fantasia, estensione e originalità, rivelandosi il valore aggiunto del progetto.
Nell’ascolto non c’è un calo di piacere, anzi, è più probabile sconfinare oltre e godere con ancora più enfasi in brani come Pretty o High, perché ce li immaginiamo, lì, sul palco a scatenarsi dando il meglio di loro stessi. Ed essere arrivati in finale all’ Heineken Jammin’ Festival la dice lunga sul riscontro che questi ragazzi stanno avendo con il pubblico.
Rushism è un’esplosione di energia e vitalità che a volte mescola toni più drammatici, ricordando la lezione di Seattle ma non più di un alone. Più che altro fattore moda, di drammatico c’è solo il fatto di non poterli ancora vedere impegnati in un tour americano, cosa che potrebbero fare benissimo, visto il livello qualitativo del loro lavoro, espresso interamente e giustamente, in inglese. Sarebbe bello inserire questa band nel dibattito internazionale e noi gli facciamo i migliori auguri.
Track List: