09/11/2004 | di Maurizio Pratelli
L’intervista al Dave Letterman Show, durante la quale Warren Zevon annunciava al mondo la sua malattia fece parlare a lungo. Tutto ciò aveva colpito profondamente chi non era abituato a “frequentarlo”. In molti avevano finalmente scoperto (troppo tardi?) un grande musicista che dalla vita aveva preteso tutto e quando la vita gli aveva chiesto di pagare il conto, dopo tanti dischi che sembravano evocare la morte, con il suo sorriso beffardo, con la sua intelligenza, aveva semplicemente detto: sono pronto, da oggi gioisco per ogni panino (da qui il titolo di questo tributo) e spero mi rimanga abbastanza tempo per finire il mio ultimo disco. Un randagio del rock come lui non poteva farsi trovare impreparato e se anche lo fosse stato, avrebbe saputo organizzarsi in un attimo.
E’ stata necessaria la morte per dare notorietà a Zevon? Probabilmente si, ma la fame effimera, quella passeggera, o da scoop mediatico, non gli interessava. E già ora, cessato l’effetto emotivo per l’annuncio in diretta di un maledetto cancro ai polmoni, Zevon torna ad appartenere a suoi fans, a quelli che lo amano almeno dai tempi di “Poor Poor Pitful Me”, e ai musicisti come Jackson Browne che da sempre sono al suo fianco. Di quell’apparizione televisiva non dimentico però, non l’ho più fatto, la sua interpretazione al piano di “Mutineer”, così toccante ed intensa da riuscire a smuovere qualcosa anche nel cuore di Bob Dylan, che la canta dal vivo in questo cd. Lo scorso anno il menestrello di Duluth aveva infatti inserito in scaletta alcuni pezzi di Zevon e li aveva riproposti ad ogni concerto, un onore che Dylan ha riservato davvero a pochi colleghi.
Ben venga quindi un tributo che non puzza di cinismo, ma rappresenta solo un atto d’amore, l’ultimo, di chi non si rassegna alla sua morte. Ben venga la pretesa, forse il dovere, di tenere in vita almeno la sua arte, quella che quando visse consumando tutto, quasi nessuno gli ha saputo riconoscere. A partire dai media che vivono spesso di spazzatura, di miserie umane da gettare in pasto alla massa. Ma quella volta, durante quell’ultimo show, il popolo non fu “affondato” dalla morte, quella volta a toccare fu la dignità con la quale quell’uomo, ai più sconosciuto, la stava guardando negli occhi, sapendo di averla accarezzata per tutta la vita, nella sua “splendida” isolazione.
Se qualcuno ha però voglia di conoscere Zevon, autore acuto, satirico e intelligente, di dedicargli del tempo ascoltandolo tra le pieghe del suo rock spigoloso e le nebbie folk delle sue ballate, lo faccia procurandosi i suoi dischi. I tributi sono quasi sempre imperdibili per i fan, ma assolutamente inutili per chi non conosce l’artista a cui sono destinati.
Detto ciò non posso non sottolineare che l’artefice di questa operazione, che resta comunque preziosa, è ovviamente Jorge Calderon: l’amico di sempre sembra voler dimostrare, come cantava Leonard Cohen, che non c’è proprio cura per l’amore. Quello che anche Don Henley, Billy Bob Thorton, Ry Cooder e tutti gli altri, stringendosi intorno al figlio Jordan, gli offrono interpretando con sincera passione alcuni dei suo brani. E in fondo questo non è il primo tributo a Warren Zevon, perché alla realizzazione di “The Wind”, il suo ultimo cd, avevano contribuito molti musicisti che ritroviamo anche in questo episodio.
Ed entrambi i dischi, non a caso, finiscono con lo stesso brano, quello in cui Zevon, chiede sottovoce di rimanere ancora per un po’ nei nostri cuori. Lo faremo per sempre, colmando il vuoto con le sue canzoni. Boom Boom Warren.
Track List: