08/11/2010 | di Claudio Giuliani
Gli springsteeniani doc, quelli duri e puri, quelli settari e maniacali, non hanno certo bisogno di leggere questa modesta recensione; loro questo doppio cd l’avranno già acquistato incondizionatamente e goduto prima ancora che fosse uscito. Dico ciò con affettuosa simpatia, non certo con ironia: alcuni dei miei più cari amici appartengono alla congregazione dei Boss-dipendenti e puntualmente mi anticipano su ogni futura uscita o nuova cover che riguarda il loro beniamino. Per tutti gli altri che come il sottoscritto non aderiscono espressamente alla consorteria (ma che posseggono comunque la discografia completa e un discreto pacco di bootleg live) resta una sana curiosità e la voglia di indagare per scoprire le pieghe o le increspature di un disco prima di acquistarlo. Premesso ciò diciamo subito che questa raccolta è molto interessante e ben assemblata, certo manca qualcuno, qualcun altro appare deboluccio, ma nel complesso il giudizio è positivo e non scarseggiano irruzioni luminose e crepitanti. Alcuni anni fa ci fu un primo analogo capitolo, ma questo secondo progetto è indubbiamente più attraente, probabilmente più genuino e veritiero: in tutti i musicisti presenti brucia la fiamma della passione e dell’innamoramento per il rock’n’roll, esseri tormentati insistentemente da quel rock che si nutre di radici, che mastica folk proletario e che (nella propria espressività) scaglia le mille sfaccettature della normale vita quotidiana. E’ tutta gente che bene o male possiamo includere in una scena rock contraddistinta da quel sound denominato 'Americana'; in cabina di regia c’è Ermanno Labianca, uno che il Boss lo mastica dal mattino quando si stropiccia gli occhi prima ancora di alzarsi fino a quando spegne la lampadina sul comodino a notte inoltrata. Le 25 canzoni le conosciamo tutte, inutile quindi soffermarvisi sopra, in questa sede ci limiteremo a commentare sinteticamente le cover più significanti senza nulla togliere a quelle che rimarranno fuori. Una delle sorprese più seducenti è rappresentata dai Modena City Ramblers con una notevole ed intensa 'Ghost Of Tom Joad', una bella versione dagli umori folkye ancestrali, suggestiva e interiormente ardente; segue poi il rock’n’roll acido di Brando in 'Johnny Bye Bye'. L’amico Maximiliano Larocca ci dà una spartana quanto efficace 'Iceman' dai contrappunti pianistici; Andrea Parodi e JT Van Zandt eseguono 'Dancing In The Street' con alcune frasi in italiano mentre i bergamaschi Rusties ci somministrano acidità oscillanti con 'Adam Raised A Cain'. In punta di dita la traduzione in lingua della serafica 'Matamoros Banks' a cura di Luigi Mariano e una nota d’attenzione anche per 'The Train Song', oscura e remota track inedita che il Boss suonava con gli Steel Mill nel 1970 qui proposta in chiave roots-folk da un ensemble denominato SRL Freeways con tanto di banjo+violino (Stefano Tavernese) e pianoforte (Joe Slomp). Tra le gemme belle c’è Joe Slomp [chi c’è dietro a questo pseudonimo?] che torna con Tavernese nella sofferta e perlacea 'Jesus Was An Only Son'. Vigorosi toni marcatamente bluesy per Daniele Tenca con una valida 'Factory', poi Tenca con Marino Severini e Cesare Basile ci regalano una tagliente 'Eyes On Prize'; sempre bravi i Lowlands di Edward Abbiati con i magnetismi onirici di 'Soul Drivers' e Chris Cacavas all’hammond. Positivamente convincenti i Cheap Wine con una 'Youngstown' dal furbo chitarrismo adrenalinico. Parole buone anche per i Wild Junkers con la semprebella 'Better Days'; per i Mardi Gras con 'Land Of Hope & Dreams, per Antonio Birilli con l’intimista 'Grownin’ Up'; per i riminesi Miami & Groovers con una 'Shout Out Light' con bei ricami di violino; per il varesino Lorenzo Bertocchini in 'Sherry Darling' e una pastorale 'Be True'; Daniele Groff con 'Radio Nowhere' e per Sergio Marazzi & Oil per la profondità di 'Nothing Man'.
Track List: