L'etichetta Lady Lovely già ci ha dimostrato quanto vale con 'Romancing the bone' ma vi posso assicurare che gli A dog to a Rabbit, trio fiorentino, non sono da meno. Il suono che ci propongono è sporco, ruvido, garage ma anche pop, generi che si alternano evanescenti in un disco serrato ed efficace. Si canta, ovviamente, in inglese e si suona ricorrendo ad effetti e a melodie à la Strokes ma gli ADTAR sono bravi e, complice anche il buon lavoro in fase di mixaggio, riescono a divertire con gradite soluzioni melodiche e un suono compatto e maturo. Il loro primo lavoro è un punto di partenza niente male, che confonde e inebria, paga il suo tributo artistico ai Nirvana e alla scena grunge ma ne prende anche le distanze in virate sperimentali presentate in brani come Milkshop. Sempre in equilibrio precario tra rumore e melodia, gli ADTAR riescono ad essere docili e cattivi, ad avere la tenerezza e la morbidezza di un coniglio e l'intelligenza di un cane offrendo un lavoro audace, devastante, affascinante ma mai ruffiano. Un disco dal sapore internazionale, ambizioso ma che non deve affatto esaurirsi qui. Deve, anzi, essere per il gruppo un buon punto di partenza su cui lavorare per ricercare una propria forma personale d'espressione, definita, netta. Le anime del gruppo possono riassumersi in alcuni brani importanti come I can't stay out of molto orecchiabile e semplice, Rock Abuse che si concentra maggiormente sull'impatto delle chitarre elettriche e Animal Face complessa e curata, che dimostra il vero valore del trio toscano. Insomma, undici brani che formano un discreto prodotto, un biglietto da visita importante per la band sia per oltrepassare i confini italiani che per proporsi al nostro pubblico. Gli ADTAR hanno coraggio per andare avanti e inseguire nuove prospettive, l'importante è non affondare nelle sabbie mobili dell'universo indie-rock.
Track List: