Ma quanto ci mancano i 16Hp, un vuoto incredibile per una band in fondo durata davvero pochi anni, quanto basta per restare per sempre con le loro particolari sonorità tra i nostri preferiti (vedi special).
Album postumi come il live in oggetto appena pubblicato non fanno altro che convincerci della notevole assenza. È vero che lo stesso spirito aleggia nella produzione della creatura di David Eugene Edwards targata “Woven hand”, che ci può anche stare e che andremo sempre ad ascoltare, ma probabilmente non sarà mai ai livelli degli album dei 16hp, e di questo ne siamo pienamente consapevoli.
La fiera Glitterhouse ci ha un po’ abituati a recenti uscite sporadiche (vedi gli ultimi dvd, un documentario e un live, quest’ultimo indispensabile) e adesso arriva questo live registrato durante il “Secret South tour del 2001”. Le incisioni ancora una volta non sono straordinarie, anche se si pongono una spanna sopra al precedente live “Hoarse”, e questo in proporzione alla qualità della musica offerta diventa alla fine un mero dettaglio di hi-fi. La confezione resta nel loro stile, spartana in digipack, tutta in nero (molto vicina a quella del dvd nero che si distingue da quello bianco), per novanta minuti adrenalinici di grande musica distribuita in due cd.
Il live coglie il miglior momento della carriera dei 16hp, una scarica elettrica di emozionanti brani che spaziano tra soluzioni roots, folk, bluegrass e country con atmosfere gotiche, personali sonorità che li hanno posti in cima all’ indie-folk contemporaneo.
L’impatto con l’introduttiva e sinistra “American Wheeze” è devastante, l’urlo dei 16hp, e il seguire non è da meno attraverso l’inquietante e morriconiana versione di ”Wayfaring Stranger” con il suo arpeggio disperato, che è facile ritrovare nella carica “Strawfoot”. I brani andrebbero citati alla fine tutti; mi soffermo sul dannato valzer di “Harm’s Way” che lascia senza fiato, emozioni provate anche nella precedente cavalcata sudista di “Clogger”.
Al centro la voce tormentata del talentuoso David Eugene Edwards è in primo piano (a tratti ricorda quella di Jeff Buckley) insieme ai suoi languidi accordi di steel e al suo frenetico picking di banjo, mentre a ritmi, sempre ben sostenuti, la band non perde mai un colpo (al basso Pascal Humert, alla batteria Jean Yves Tola e alla chitarra Steve Taylor). Nel secondo cd ci si stacca in qualche episodio più intimo e ci si inabissa in “Burning Bush”, tra slide e piano, e nella profonda “Silver Saddle”. Non mancano “The Partisan" in un impetuoso spiritual al pianoforte e l’ipnotico chitarrismo di “24Hrs”.
Un bel concerto, una trascinante performance e dal vivo, e qui mi ripeto, valeva davvero la pena vederli (il sottoscritto adora ricordarli durante il loro ultimo tour durante la rassegna del Ghost Day Festival del 2004 a Varese, grandi emozioni cristallizzate nel tempo).