Calexico

Calexico

Soundlabs Festival


30/07/2005 - di Antonio Avalle
CALEXICO

30 lulio 2005
Soundlabs Festival - Roseto degli Abruzzi Avevo programmato qualche giorno di vacanza sull’Adriatico all’insaputa del concerto dei Calexico, appuntamento previsto nel Soundlabs Festival a Roseto degli Abruzzi il 30 di luglio. Mare, sole, amici e ottima musica dal vivo: quanto di meglio per rigenerarsi e staccare un po’dalla solita spirale lavorativa, stretta tra cielo e terra nella frenetica città di Milano.
Belli carichi e con la giusta iniezione di entusiasmo ci diamo appuntamento alle 19:00 a Porto d’Ascoli, direzione Roseto degli Abruzzi per assistere al concerto dei Calexico (uno dei due inconsueti appuntamenti estivi riservati al pubblico (?) italiano, l’altro sarà tenuto dopo pochi giorni ad Alberobello). Il sole è ancora alto e fa sentire la sua presenza senza alterare il nostro buon umore. Appena superato il confine tra le Marche e gli Abruzzi, poco prima di attraversare un tunnel ci si infiltra un affilato brivido alla schiena: non è lo spirito di John Fante che aleggia nell’aria (il padre dello scrittore era nato in un paesino abruzzese, Torricella Peligna), ma è un calo della potenza del motore della nostra auto, che a botte di singhiozzi accenna degli s.o.s. Abbandonati dall’auto a pochi chilometri dall’uscita di Roseto, cerchiamo la miglior soluzione, ipotizzando anche un dietrofront con rientro in treno, ma alla fine vinciamo lo sconforto (forti della presenza della nostra amica Sabrina) preferendo la via più banale: ci incamminiamo a piedi verso lo stadio Fonte dell’Olmo, dove si tiene il Soundlabs Festival e naturalmente il nostro incontro con i Calexico. Tra le colline abruzzesi in compagnia del calare della notte arriviamo allo stadio. Nel frattempo la brigata si è allargata con l’inserimento di altre due amiche. Giusto il tempo di consumare qualche dozzina di arrosticini ed incorniciare la serata nel migliore dei modi, che ci dirigiamo alla ricerca dell’entrata del desolante stadio.
Il cartellone della rassegna è ricco di neo proposte e non: Les Fauves, Port-Royal, Jennifer Gentle, Yuppie Flu e infine gli attesi Calexico, teste di serie del festival.
L’impatto all’entrata dello stadio è un po’ infelice: c’è poca gente (poco più di 300 anime appassionate) per un festival giunto alla nona edizione e direi anche ben pubblicizzato. Stupore a parte ci dedichiamo al concerto in piena intimità. Quasi in sordina salgono sul palco i Calexico con Joey Burns (voce e chitarra), John Convertino (batteria) e il loro fedele ensemble: Martin Wenk (chitarra, tromba e fisarmonica), Paul Niehaus (pedal steel), Jacob Valenzuela (voce e tromba) e Volker Zander (basso e contrabasso).
Gran bell’inizio dedicato al maestro Ennio Morricone con una polverosa interpretazione di “Per un pugno di dollari”, riuscito omaggio al rock desertico marchiato dal suono Calexico. L’effetto acustico è quasi perfetto, la band è ben schierata sul palco, il pubblico (?) armonicamente ammaliato. Si procede sulle note dell’album “Feast Of Wire” con il caliente country valzer “Sunken Waltz”, per continuare con l’assolata “Quattro” e il tex mex di “Across The Wire,” deserto e tequila a tutto tondo. Vengono ripescati dei passaggi obbligati dall’album “Hot Rail”. Tra scenari incantevoli arriva lo strumentale “El Picador”, con le sue modulazioni da festa mariachi decorate dal suono della pedal steel di Paul Niehaus, un rifinitore davvero indispensabile in certi brani. Il calzare dell’invitante “Sonic Wind” e la deliziosa “Crystal Frontier” confermano lo stato di grazia dei Calexico, concetto rafforzato dall’esecuzione della travolgente “Mimas De Cobre”, scandita a ritmo di flamenco, e dell’affascinante “Stray” con il suo andante cubano, massime espressioni di una band non comune all’attuale scena musicale: impossibile restare indifferenti.
Sul palco c’è allegria e tanta voglia di suonare. Le canzoni si snodano piacevolmente colorando ispirati corti metraggi, che rievocano tranquille atmosfere spaghetti western imbevute da riverberi psichedelici. La voce di Joey Burns intona a regola d’arte “Alone Again Or”, un tuffo nel passato nel repertorio dei Love, un brano ancora molto attuale, rivisto in una versione ben mescolata da polvere e asfalto.
Vengono eseguiti anche dei brani inediti, che probabilmente andranno a far parte del nuovo album e di cui a questo punto temo l’ascolto. In effetti la direzione pare rivolta più ad un pop di maniera in cui circola di sicuro meno psichedelia, per intenderci più alla Manu Chao: speriamo di non ritrovarci con una sorta di neo Gipsy Kings. In scaletta restano comunque ancora troppi pochi brani per criticarli e colpevolizzarli.
La serata si chiude come da rituale con il bis, dove viene riesumata “Gypsy’s Curse”, bellissimo strumentale di morriconiana influenza, che apre l’album “The Black Light”, peccato sia un po’ infestato dall’uso di una pianola a bocca preferita alla fisarmonica da parte di Martin Wenk. Appagati ci lasciamo avvolgere dal manto della notte ... alla ricerca di un buon bicchiere di tequila.
Foto di Marianna Ferrara

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