Gabriele Scaratti Band

Gabriele Scaratti Band

Milano / Spazio teatro 89


30/03/2017 - di Mauro Musicco
LIVE REPORT

Gabriele Scaratti & Band - presentazione GET OUT OF HOME esordio discografico

Teatro Spazio 89, Via Fratelli Zoja, Milano – 30/3/2017.

Serata fresca. Milano sa essere piacevole a fine Marzo. Con il buon Davide Miglio, di reflex armato ma stanco, lui, d’intensa giornata lavorativa (1), ci allunghiamo in zona San Carlo per la presentazione di Get Out of Home prova prima di Gabriele Scaratti & Band. Scivoliamo lungo il muro dell’Ippodromo in direzione Quarto Cagnino. Sono spente le luci a San Siro, accese quelle del Teatro Spazio 89. Un bel luogo, eccellenza culturale in periferia, il parcheggio è facile, i posti comodi, la programmazione di pregio. Abbiamo anche il tempo per un panino al bar. Delizioso.

Insomma siamo rilassati, noi. Su, nei camerini del teatro c’è un’altra aria. La temperatura è calda d’inevitabile tensione, di proteina suina, di sguardi alla scaletta, caffè e qualche sigaretta. First cut is the deepest cantava Patricia Ann Cole, la prima ferita è la più profonda ma può essere anche la soddisfazione più rilevante. Cercarsi in una musica, indossarla, farla propria, condividerla, guidare un collettivo, inciderla di lingua non nativa, sottrarla all’oblio, esporla, esporsi, non è una cosa semplice ma così è andata.

A onore del vero, nemmeno scriverne è facile perché dire del concerto è argomentare in parallelo lo show e il disco, dire al contempo del musicista, della performance ma anche di Get Out Of Home, l’elaborazione divenuta oggetto. Le considerazioni che seguono non possono che essere parziali, contestabili e arbitrarie. Privilegi di chi scrive, prendere o lasciare. Il parterre del teatro è caldo, pronto di macchine fotografiche, cellulari, cineprese, ma anche pieno di genuino affetto. In alto i cuori si parte. L’introduzione è affidata ad Alex Usai, musicista di vaglia, patron della rassegna. Per chi lo conosce la sua presentazione, neanche a dirlo, è ironica, pungente, incanala l’esibizione sulle difficoltà della musica, di chi fa questa musica, su un riconoscimento spesso negato, sul sostegno da offrire a chi s’impegna come autore oltre che come interprete. Parole che aprono il campo, l’applauso è d’obbligo.

Gabriele Scaratti, giovane classe di un bisesto 1988, di formazione classica e salesiana, sale sul palco in clergymen, giacca, pantalone, fresco di lana, la cravatta grigio su grigio. Cristiano Arcioni, coproduttore del disco, precede il nostro, occupa posto alla mobilia di hammond e leslie. Odore d’incenso, sacrestia e blues qualcosa vorrà pur dire. La band è in formato extralarge, niente è lasciato al caso. Oltre ai fidati: Luigi Sozzani (basso), Gianluca Tilesi (batteria), sono della partita anche Gaetano Capitta (percussioni) e le vocalist Antonella Marescalco e Desirè Del Prete. Un bel vedere.

Le bordate d’inizio Without Love e Waiting for you, sono R&B di fattura intensa, ben impostati, ben suonati. Chiamata e risposta, voce, chitarra, tastiere, in trama euclidea. La meccanica è di precisione, territorio blues dagli spigoli smussati, asfalto, auto dal tettuccio scoperto. Un bel sentire.

Archiviata l’urgenza, l’ansia da prestazione, c’è spazio per la parola. L’accento orobico cade nel ringraziamento ai presenti, nella dedica a chi non c’è più ma ci sarà sempre, al fratello mentore, alla mamma di My Mother Loves me. Ballata mid-time tempo, graziosa, ironica, dolce. Il transito a I Can’t Hold Out (Elmore James) dice del contagio di Gabriele Scaratti con il blues cui mamma nulla ha potuto. L’omaggio diventa premessa alla title track di Get Out Of Home. Il tempo di intro e Cristiano Arcioni sale in cattedra offre il destro allo speech multicolore della Fender, al puntuale inserimento dei cori. Turnaround shuffle scorre veloce, preciso di swing e cromature jazzy. Contiene molta musica assorbita in anni puberali. Certo che c’è Clapton, ci sono i Cream, Robben Ford, BB King, qualcosa di Steve Ray Vaughan, ma anche Donald Fagen fa ciao con la manina. A qualcuno bisogna pur ispirarsi. In mezzo al mar non c’è barca senza ormeggio. La chiusura di Get Out Of Home diventa il segno convenuto per richiamare in pedana Alex Usai, condividere il palco, sciogliere le affinità in Anvil Blues uno slow west-coast-style di grande effetto. Alex vi ha contribuito anche sul disco. Insieme raccontano in musica la loro amicizia, la stima reciproca ma anche la complicità di un medesimo artiglio. L’ospitata scollina dalle parti di una Angel of Mercy (Johnny Lang) che onestamente stento a riconoscere.

Truth, It’s raining on me, Revel Theater, Nothing To Do But Love, Since You’ve been gone sono gli altri episodi del disco e del concerto. Non c’è bisogno di approfondire, disegnano con efficacia il senso molteplice di Get Out Of Home. Un insieme di blues, soul, balladry che non minaccia  né l’omogeneità del disco né quella del concerto. In chiusura I Shot the Sheriff ma anche Confessing the blues. Quante sono le versioni di questo brano mai uguale a sé stesso? Attribuirlo solo B.B. King è imbarazzante. Un final-mentoring-set che si chiude con The Last Time per includere Rudy Rotta, affermato blues-player di Ranica, Bergamo. Per Gabriele Rudy Rotta non ha lesinato parole confortanti.

A portare in alto Gabriele Scaratti è la band. Luigi Sozzani ostina il basso con precisione, coniuga il calore di Gianluca Tilesi senza esiliarne la forza, il calore e il pace. Loro ci sono, sempre. Cristiano Arcioni emmette dalla tastiera ciò che non sta nella voce e nella chitarra, esalta, chiama, raddoppia, altro che soffio dell’anima. Avere delle percussioni può essere insidioso, possono diventare l’incubo di un gioco da spiaggia o il beneficio ritmico di un tronco cavo. I molti aggeggi del bravo Gaetano Capitta cadono nella seconda delle opzioni. Di cori e coriste si dice sempre troppo poco ma non ci fossero state Antonella Marescalco e Desirè Del Prete qualcosa sarebbe andato perso. Fosse tennis, e non lo è, tutti insieme strappano il servizio dopo aver vinto il primo gioco, un bel modo per cominciare la partita. Get Out of Home è un lavoro buono quanto la sua presentazione.

Rigirando il CD, tra vari “marchietti” riconosco con piacere quelli di Blues Made in Italy e di Italian Blues River, due associazioni cui va riconosciuto l’impegno prezioso per sostenere il blues in Italia. Questa menzione offre anche il destro per una chiusa nel segno del discorrere controverso su quello che blues è quello che non lo è. Il confine, come noto, è labile, la diatriba insanabile. Per stessa ammissione di Gabriele è bene dire che Get Out of Home non risponde solo a quest’espressione. Sebbene sia tanto il blues che incorpora, l’intenzione del lavoro è plurima. Un merito non un limite. A dirla con Roland Barthes il “Blues” è solo una parola non una palla omogenea e immutabile, nondimeno il “blue” è il suo colore, a tirarlo troppo lo stingi. Guardo le immagini contenute del disco, prevale l’azzurro un blue diverso. L’autore è in cammino con la sua storia, un filo doppio lo lega alla luce, la sua chitarra è appoggiata alla quercia, di lui non c’è traccia apparente. Mi vien in mente la canzone: The first time I met the blues People, you know I was walkin`, I was walkin` down through the woods (2). Dategli tempo di uscire dal bosco e saranno altre, augurabili, emozioni. Good Job…

 

(1) Sue le foto per gentile concessione.

(2) The First Time I Met the Blues, Buddy Guy (1969).