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Questa
sera andiamo al concerto degli Afterhours.
In verità sono abbastanza titubante. Non ho ancora il loro nuovo album,
mentre ho invece letto alcuni pareri poco felici sulle precedenti date
di questo tour. Insomma si parte un poco prevenuti, nonostante nutra da
tempo una certa forma di rispetto per questo gruppo che nei propri live
act non ha mai deluso. Non devo essere il solo a pensare ciò data l'alta
affluenza di fans che con largo anticipo riempiono il Live Club, e forse
sarebbe il caso di cominciare a riflettere sul richiamo di pubblico che
certi artisti - e quindi di una certa attitudine nei confronti del fare
artistico - attualmente possiedono.
L'attesa nelle prime file sale vertiginosamente, ad un grado inversamente
proporzionale alla quantità di ossigeno a nostra disposizione; decidiamo
quindi di seguire il concerto piuttosto defilati, dalla quale poter meglio
isolare e assimilare sensazioni ed impressioni. Perché davvero, all'entrata
in scena dei nostri qualcosa d'altro entra in gioco.
Prima di tutto il modo di porsi nei confronti del pubblico, infatti i
componenti sono allineati frontalmente, sfatando il solito luogo comune
che vorrebbe un frontman un primo piano e il resto del gruppo arretrato.
Qui ciascuno pare riconquistare il proprio ruolo, e ciò par rendere maggiore
la coesione fra i membri della band, rimaneggiata dopo la fuoriuscita
di Xabier Iriondo. Subito i primi pezzi tratti dall'ultimo album "Quello
che non c'è" che ascolto qui per la prima volta mi lasciano in bocca uno
strano gusto. Gli Afterhours hanno intrapreso la direzione di un impegnativo
cambiamento. Senz'altro voluto, cercato e consciamente attuato, in un
certo senso matematicamente risolto.
La dissacrazione celata dietro ad un repertorio dalle surreale e asimmetrica
ironia, esemplarmente suggellato dall'esaustivo doppio live "Siamo tre
piccoli porcellin", è svanita purificando la scrittura di Manuel Agnelli
da quello che probabilmente per lui si stava rivelando una gabbia compositiva.
La serietà e la compostezza che qui assume sono indice di una consapevolezza
acquisita sul proprio ruolo, che in precedenza veniva sempre spinto verso
eccessi dissacratori e per questo ambigui. Stasera nulla di tutto ciò.
Dimenticati gli Afterhours con il travestimento da bambola durante il
tour di "Germi" e quelli mascherati da personaggi di Walt Disney del tour
di "Hai paura del buio?", qui nulla viene concesso alla leggerezza, ogni
brano viene vissuto in una sorta di rappresentazione della propria interiore
inquietudine. Anche sotto l'aspetto visivo una maggiore cura è destinata
all'impianto luci, che sottolinea con contrasti ad alta intensità il dissidio
intrinseco di una scaletta impegnativa.
Dalle versioni live i nuovi pezzi suonano potenti e dilatati, lontani
dalla ennesima riproposizione dell'esercizio stereotipato del rock, ma
invece pregni di una dolente malinconia che sa dosare quanto serve i lancinanti
strali di un violino elettrico con esplosioni noise, come nel brano che
da il titolo all'ultimo album, oppure nel perfetto dialogo ritmico di
"Varanasi baby".
L'elettricità di "Milano circonvallazione esterna" e il suo esplicito
omaggio ai Suicide giungono al momento giusto, accenno ad un repertorio
che in questo tour viene prosciugato dagli episodi più criptici e abusati
per poter proporre solamente brani allineati ad un sentire rinnovato,
più affine alle atmosfere decadenti (vedi "L'estate") e amare ("Tutto
fa un po' male"). Una versione da brivido di "Pelle" basta da sola a far
perdonare tutti i pezzi che avrei voluto ascoltare, e "Televisione" è
una gradita sorpresa, inaspettata quanto appagante, in una versione dall'incedere
granitico.
Uno ad uno tutti i nuovi brani verranno eseguiti, lasciando in chiusura
"Ritorno a casa", dal testo recitato e intenso, ad evocare il fantasma
dei Massimo Volume più ispirati.
Nei bis "Dentro Marylin" viene eseguita quasi controvoglia, in una versione
da karaoke che tutto sommato sarebbe stato meglio non dare in pasto ad
un pubblico eccessivamente assetato di hit.
Di acqua sotto i ponti è passata da quel vero e proprio miracolo discografico
che l'album "Germi" rappresentò nel 1995. La stampa parlò del più grande
gruppo rock italiano e non a torto.
A qualche anno da allora e dopo questo concerto sono felice di poter scrivere
che gli Afterhours stanno saldamente mantenendo questo primato, sapendo
rimettersi in discussione nonostante la tentazione di ripetere all'infinito
una formula di successo sarebbe stato il ripiego più sicuro. Questo coraggio
è stato ripagato con l'inizio di un nuovo corso, forse maggiormente ostico
per il grande pubblico, ma non privo di elementi notevoli.
Al termine dell'esibizione, nel defluire degli spettatori mi capita di
ascoltare alcuni pareri discordi. Qualcuno non è molto soddisfatto di
questo nuovo corso, forse domani scriverà da qualche parte quanto questi
nuovi Afterhours risultano noiosi, sgonfi e malinconici. A questi non
saprei cosa rispondere. Io ho visto un gruppo in ottima forma, deciso
e soprattutto con molte cose da dire. Non è poco, ultimamente.
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Foto:
Marco Baratti
>>
barattistuta@yahoo.it <<
Scaletta
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1. Bye bye bombay
2. Quello che non c'è
3. Bungee jumping
4. Varanasi baby
5. Milano circonvallazione esterna
6. L'estate
7. Sulle labbra
8. Non sono immaginario
9. La verità che ricordavo
10. Male di miele
11. Non è per sempre
12. Pelle
13. La gente sta male
14. Tutto fa un po' male
15. Il mio ruolo
16. Televisione
17. 1.9.9.6.
18. Ritorno a casa
19. Dentro Marylin
20. Voglio una pelle splendida
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