Afterhours

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3/5/2002  |  di Andrea Salvi

AFTERHOURS
03/05/2002 "LIVE CLUB", Trezzo sull'Adda (MI)

Questa sera andiamo al concerto degli Afterhours.
In verità sono abbastanza titubante. Non ho ancora il loro nuovo album, mentre ho invece letto alcuni pareri poco felici sulle precedenti date di questo tour. Insomma si parte un poco prevenuti, nonostante nutra da tempo una certa forma di rispetto per questo gruppo che nei propri live act non ha mai deluso. Non devo essere il solo a pensare ciò data l'alta affluenza di fans che con largo anticipo riempiono il Live Club, e forse sarebbe il caso di cominciare a riflettere sul richiamo di pubblico che certi artisti - e quindi di una certa attitudine nei confronti del fare artistico - attualmente possiedono.
L'attesa nelle prime file sale vertiginosamente, ad un grado inversamente proporzionale alla quantità di ossigeno a nostra disposizione; decidiamo quindi di seguire il concerto piuttosto defilati, dalla quale poter meglio isolare e assimilare sensazioni ed impressioni. Perché davvero, all'entrata in scena dei nostri qualcosa d'altro entra in gioco.
Prima di tutto il modo di porsi nei confronti del pubblico, infatti i componenti sono allineati frontalmente, sfatando il solito luogo comune che vorrebbe un frontman un primo piano e il resto del gruppo arretrato. Qui ciascuno pare riconquistare il proprio ruolo, e ciò par rendere maggiore la coesione fra i membri della band, rimaneggiata dopo la fuoriuscita di Xabier Iriondo. Subito i primi pezzi tratti dall'ultimo album "Quello che non c'è" che ascolto qui per la prima volta mi lasciano in bocca uno strano gusto. Gli Afterhours hanno intrapreso la direzione di un impegnativo cambiamento. Senz'altro voluto, cercato e consciamente attuato, in un certo senso matematicamente risolto.
La dissacrazione celata dietro ad un repertorio dalle surreale e asimmetrica ironia, esemplarmente suggellato dall'esaustivo doppio live "Siamo tre piccoli porcellin", è svanita purificando la scrittura di Manuel Agnelli da quello che probabilmente per lui si stava rivelando una gabbia compositiva. La serietà e la compostezza che qui assume sono indice di una consapevolezza acquisita sul proprio ruolo, che in precedenza veniva sempre spinto verso eccessi dissacratori e per questo ambigui. Stasera nulla di tutto ciò. Dimenticati gli Afterhours con il travestimento da bambola durante il tour di "Germi" e quelli mascherati da personaggi di Walt Disney del tour di "Hai paura del buio?", qui nulla viene concesso alla leggerezza, ogni brano viene vissuto in una sorta di rappresentazione della propria interiore inquietudine. Anche sotto l'aspetto visivo una maggiore cura è destinata all'impianto luci, che sottolinea con contrasti ad alta intensità il dissidio intrinseco di una scaletta impegnativa.
Dalle versioni live i nuovi pezzi suonano potenti e dilatati, lontani dalla ennesima riproposizione dell'esercizio stereotipato del rock, ma invece pregni di una dolente malinconia che sa dosare quanto serve i lancinanti strali di un violino elettrico con esplosioni noise, come nel brano che da il titolo all'ultimo album, oppure nel perfetto dialogo ritmico di "Varanasi baby".
L'elettricità di "Milano circonvallazione esterna" e il suo esplicito omaggio ai Suicide giungono al momento giusto, accenno ad un repertorio che in questo tour viene prosciugato dagli episodi più criptici e abusati per poter proporre solamente brani allineati ad un sentire rinnovato, più affine alle atmosfere decadenti (vedi "L'estate") e amare ("Tutto fa un po' male"). Una versione da brivido di "Pelle" basta da sola a far perdonare tutti i pezzi che avrei voluto ascoltare, e "Televisione" è una gradita sorpresa, inaspettata quanto appagante, in una versione dall'incedere granitico.
Uno ad uno tutti i nuovi brani verranno eseguiti, lasciando in chiusura "Ritorno a casa", dal testo recitato e intenso, ad evocare il fantasma dei Massimo Volume più ispirati.
Nei bis "Dentro Marylin" viene eseguita quasi controvoglia, in una versione da karaoke che tutto sommato sarebbe stato meglio non dare in pasto ad un pubblico eccessivamente assetato di hit.
Di acqua sotto i ponti è passata da quel vero e proprio miracolo discografico che l'album "Germi" rappresentò nel 1995. La stampa parlò del più grande gruppo rock italiano e non a torto.
A qualche anno da allora e dopo questo concerto sono felice di poter scrivere che gli Afterhours stanno saldamente mantenendo questo primato, sapendo rimettersi in discussione nonostante la tentazione di ripetere all'infinito una formula di successo sarebbe stato il ripiego più sicuro. Questo coraggio è stato ripagato con l'inizio di un nuovo corso, forse maggiormente ostico per il grande pubblico, ma non privo di elementi notevoli.
Al termine dell'esibizione, nel defluire degli spettatori mi capita di ascoltare alcuni pareri discordi. Qualcuno non è molto soddisfatto di questo nuovo corso, forse domani scriverà da qualche parte quanto questi nuovi Afterhours risultano noiosi, sgonfi e malinconici. A questi non saprei cosa rispondere. Io ho visto un gruppo in ottima forma, deciso e soprattutto con molte cose da dire. Non è poco, ultimamente.

Foto: Marco Baratti
>> barattistuta@yahoo.it <<

Scaletta <<
1. Bye bye bombay
2. Quello che non c'è
3. Bungee jumping
4. Varanasi baby
5. Milano circonvallazione esterna
6. L'estate
7. Sulle labbra
8. Non sono immaginario
9. La verità che ricordavo
10. Male di miele
11. Non è per sempre
12. Pelle
13. La gente sta male
14. Tutto fa un po' male
15. Il mio ruolo
16. Televisione
17. 1.9.9.6.
18. Ritorno a casa
19. Dentro Marylin
20. Voglio una pelle splendida

 

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