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In
tutti i campi, non solo in quello musicale, l’esperienza rappresenta spesso
una garanzia di qualità. Quando ci si ritrova di fronte un artista che
può vantarne una di carattere addirittura ultraventennale allora ogni
eventuale dubbio sull’effettivo valore lascia spazio ad una più fiduciosa
predisposizione nei suoi confronti tacitamente concessa, che il più delle
volte sa venir ripagata ad ogni esibizione in pubblico con uno spettacolo
impeccabile. Garbo è una di queste figure, fedele ad un percorso che lo
ha portato a battere lungo tutta la propria carriera i binari di uno stile
fatto di coerenza, passione e continua ricerca espressiva.
La pubblicazione nei primi mesi del 2002 dell’eccellente album “Blu” (Mescal/Sony
Music) ha rappresentato per Garbo l’ennesima occasione per sviluppare
ulteriormente la propria poetica anche sotto l’aspetto sonoro, collaborando
con efficacia con un manipolo di giovani musicisti che ha saputo immedesimarsi
completamente con le visioni intime e decadenti di un ‘fare arte’ affatto
scontato, di cui la fondazione nel 1997 con diversi scrittori “cannibali”
del movimento “Nevroromanticismo” va inteso senza dubbio come un passo
decisivo nel processo di collocazione in un contesto culturalmente più
ampio di quello musicale.
Tra i più stretti collaboratori spicca la giovane formazione dei Sirenetta
H, ai quali spetta sia il compito di aprire i concerti di questo tour
che quello di affiancare Garbo durante la propria esibizione, seguendo
una formula molto interessante che non sarebbe male venisse presa in considerazione
anche da parte di altri nomi. La prima cosa che colpisce quando i quattro
Sirenetta H entrano in scena è l’energia che sanno comunicare. Chitarra,
basso, batteria ed effetti elettronici sono dosati in una perfetta miscela
di techno-rock in bilico tra Nine Inch Nails e Ultravox, dove della manciata
di brani originali eseguiti rimangono i testi in italiano ed un sound
affilato e vigoroso quanto basta per convincere i presenti. Il gruppo
dalla bassa pedana che funge da palco chiama il protagonista della serata,
e questi con una studiata e ironica noncuranza esita ad avvicinarsi all’angolo
del locale che lo attende. Dopo qualche attimo d’esitazione una figura
si lascia alle spalle il pubblico e raggiunge i musicisti.
Avvolto da un lungo cappotto, sciarpa e occhiali neri, Garbo beve l’ultimo
sorso da un bicchiere di whisky, concede un misurato saluto ai presenti
ed ecco subito le note de “Il fiume”, un classico del suo repertorio che
subito sa scaldare il centinaio di fan che gli stanno di fronte. La ritmica
e gli arrangiamenti sono ancora molto legati a quelli della celeberrima
new wave italiana che con ironia citava Battiato all’epoca, quando l’allora
esordiente cantante milanese era solito aprire i suoi concerti. Anche
le movenze che Garbo non rinuncia ad inscenare richiamano un legame profondo
con l’epoca che lo ha visto crescere e con alcuni modelli precisi non
solo di natura estetica, come ad esempio l’impeccabile David Sylvian.
La scaletta divide equamente successi e novità, alternando brani ritmati
come la neo-wave “Migliaia di rose” a quelli più lenti come la splendida
e riflessiva “Quanti anni hai?”, dimostrando un’attenzione quasi maniacale
all’equilibrio dello spettacolo, scandito nelle pause dal dialogo continuo
col pubblico e con i membri della band, dal quale emerge l’animo raffinatamente
provocatorio di un artista che non perde occasione per mettere alla prova
se stesso e chi gli sta di fronte. Parlando dell’influenza dei mezzi di
comunicazione sugli individui (Radioclima e TV) coglie l’occasione per
confrontare il proprio passato con il presente, accomunando David Bowie
e Kraftwerk, melodia e ruvidezza.
Istrionico e raffinato durante l’esecuzione di “Sangue del mio sangue”
duetta con una ragazza del pubblico, mentre preso dall’impeto di “Vorrei
regnare” Garbo cade all’indietro ai piedi del tastierista, e la sua immagine
illuminata dal neon blu che dalla pedana sale verso l’alto continua ad
agitarsi mentre l’intero locale si scatena sulle note coinvolgenti di
uno dei migliori pezzi della serata.
L’immancabile “A Berlino… va bene”, proposta ben due volte, tra cui una
al solo piano conclude il concerto appagando ogni sorta di nostalgia.
Qualcuno sottolineerà ancora una volta che “non si esce vivi dagli anni
’80”, ma anche se la musica sfuma, le parole di Garbo appena ascoltate
continuano ad alimentare una rassicurante inquietudine propria delle confidenze
di un amico fraterno, descritte con il tono caldo e velato della malinconia
tipica di chi ha conosciuto su di sé l’esperienza della disillusione.
Sensazioni che è difficile trovare in qualche artista più giovane.
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Scaletta:
01. Il
fiume
02. Un bacio falso
03. Per me
04. Quanti anni hai?
05. TV
06. Migliaia di rose
07. Radioclima
08. Sangue del mio sangue
09. A Berlino… va bene
10. Vorrei regnare
11. A Berlino… va bene
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