Roscoe Mitchell Sextet Plays Coltrane

Roscoe Mitchell Sextet Plays Coltrane

Teatro Manzoni, Milano


29/01/2017 - di Pietro Cozzi
Immergendosi nell`enorme oceano “free” di Internet, sulla figura di Roscoe Mitchell, membro tra i più influenti dell`AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians, 1965) e fondatore dell`Art Ensemble of Chicago (1969), si pesca di tutto, dalla devota e incondizionata venerazione alla manifesta incomprensione di chi lamenta che “non può farci pagare per assistere ai suoi esercizi al sassofono”. Ma per avvicinarsi correttamente alla sua opera vale la pena ascoltare il pianista Vijay Iyer, recente protagonista di Aperitivo in Concerto in coppia con Wadada Leo Smith, che prova a definirla così: “Capii che la musica non necessita di essere compresa solo come l`esecuzione di una serie di gesti preordinati, ma che può essere intesa come un processo inquisitivo, il percorso verso un`azione, un`esplorazione/costruzione sonora del mondo, una descrizione che può assimilarsi alla percezione del mondo che aveva Noè...”. Ed eccolo dunque Roscoe Mitchell, appena sceso dall`arca e subito sbarcato sul palco del Manzoni con un sax contralto, un soprano e un sopranino. Li guarda, li tocca e li suona come se fosse sempre la prima volta: tre strumenti da riscoprire in tutto le loro forme, senza preconcetti e sovrastrutture.

La formazione della mattinata milanese è atipica, con una netta prevalenza dei cordofoni – due contrabbassi (Silvia Bolognesi e Junius Paul), un violino (Mazz Swift) e un violoncello (Tomeka Reid), oltre alla batteria di Vincent Davis – ma la cosa non stupisce vista la varietà delle line-up con cui il leader si è messo in gioco durante la sua ormai più che cinquantennale carriera. Coltrane, alla cui musica e memoria è dedicato il concerto, a 50 anni dalla morte, è una scusa per mettere in piedi un densissimo show di un`ora che incarna l`ennesimo viaggio di esplorazione tra suoni, colori, timbri dei suoi sax e dell`ensemble che lo accompagna, tra avanguardia e afrocentrismo, tradizione e modernismo. Quanti hanno riconosciuto nel primo brano Countdown? Probabilmente pochissimi, ma la cosa conta fino a un certo punto per chi comunque si è fatto rapire nelle volute e spire del brano che ricalcano quelle dell`originale di Coltrane (da Giant Steps, 1965), riproposte però con una dinamica più dimessa. La sola altra composizione in scaletta del “celebrando” è Alabama, unico vero momento di tutto il concerto in cui si “respira” una melodia riconoscibile, che si distente in tutta la sua bellezza e drammatica attualità. Per tutto il resto della performance (sei pezzi più un bis) domina quel “processo inquisitivo”, quel “percorso verso un`azione” di cui parla il già citato Iyer. Alla breve introduzione del contralto, dolente e funerea, del terzo brano, subentra l`onda sonora degli archi, guidata soprattutto dalle tre musiciste, che si lanciano in un`affascinante esplorazione timbrica dei loro strumenti, senza mai prevaricare lo spirito d`insieme e l`approccio democratico (mai anarchico) che accompagna sottotraccia l`interazione tra gli strumenti sul palco. Si passa così dai sibili del violino della Swift ai tonfi del contrabbasso della Bolognesi, che percuote le corde di traverso con l`archetto.

Il leader non è ovviamente da meno, e dopo una breve pausa è il turno del sax sopranino, lo “strumentino” che Mitchell sa trattare da par suo. Per diciotto lunghi minuti si assiste a una progressione geometrica che parte da fischi, soffi e gemiti, dove sembra di percepire la colonna d`aria all`interno, e si sviluppa in un sabba sonoro sempre più denso, a cui fa da fondale l`intensità crescente di tutte le altre voci, ciascuna fedele al suo percorso. La costruzione acquista forma e peso un pezzo per volta, e si passa al mattone successivo solo dopo aver levigato alla perfezione il precedente. Spicca il lavoro di Junius Paul, motore pulsante del sestetto, ma a suggellare il brano è l`assolo molto controllato del fido Vincent Davis, che si allinea perfettamente all`estetica generale, senza mai perdere l`appoggio sicuro del rullante e dei tamburi. Prima del trionfale bis, esaltante epilogo acclamato da un pubblico sempre attento e concentrato, c`è spazio anche per una canzoncina interpretata da Mazz Swift, una piccola sorpresa che serve a rilassare il clima e suona come un ironico ma professionale omaggio al musical e alla tradizione, qualsiasi cosa essa sia.

  Foto di: Federico Sponza