The Dream Syndicate

The Dream Syndicate

Milano / Magnolia


26/10/2017 - di Giovanni Sottosanti
THE DAYS OF WINE AND ROSES

I giorni del vino e delle rose, ma anche di km e km percorsi, autogrill, alberghi, birre, panini, navigatore satellitare impazzito, poche ore di sonno, amici riabbracciati con gioia e commozione. Giorni in cui il rock`n`roll torna a casa nella sua forma più selvaggia, primordiale e torrenziale, brividi lungo la schiena e scariche di energia rivitalizzante, poche parole e molti fatti. E i fatti raccontano che il Circolo Magnolia a Milano e il Locomotiv Club a Bologna hanno accolto i The Dream Syndicate con un entusiasmo ed un trasporto assolutamente contagiosi, stringendoli in un unico grande abbraccio collettivo.

Entro al Magnolia appena in tempo per l`attacco di Halloween, una muraglia umana mi copre quasi completamente la visuale del palco, poi anni e anni di esperienza concertistica mi aiutano nel guadagnare una posizione più consona. The Circle e 80 West non lasciano il tempo per rifiatare, dritte come ganci allo stomaco ci spiegano in maniera esaustiva che Steve Wynn, Jason Victor, Mark Walton e Dannis Duck, con in aggiunta Chris Cacavas, sono tornati alla grande, come dimostrato già in studio con lo splendido How Did I Find Myself Here. Il tempo sembra essersi fermato al Live at Raji`s , calcano il palco con l`energia, la carica e il furore degli anni giovanili, come testimonia Armed With An Empty Gun dal glorioso Medicine Show.

Non c`è soluzione di continuità tra passato e presente, Like Mary, Out Of My Head e Filter Me Through You, estratte anch`esse dall`ultima fatica discografica, possono tranquillamente girare a braccetto con Burn, guarda caso altro pezzo da Medicine Show. Dopo una splendida Whatever You Please, da Ghost Stories, in cui il piano di Cacavas stende un leggiadro tappeto sonoro per la voce di Steve, il cerchio si chiude perché parte una The Medicine Show quasi irriconoscibile, dura, arrembante, quasi punk, molto garage, parecchio hardecore, e comunque siamo tutti lì a cantare "I`m going down to the medicine show".

Ancora il presente con la title track How Did I Find Myself Here prima che una micidiale tripletta metta a dura prova amplificatori e coronarie, perché se nell`ordine arrivano Forest For The Trees, That`s What You Always Say e The Days Of Wine And Roses (!!!!) sfido chiunque a restare dritto! Jason e Steve si lanciano in assoli sanguinanti e torrenziali, fumano le corde delle chitarre, pulsa incessante il basso di Walton, picchia come un ossesso il buon vecchio Dannis, mentre Chris Cacavas imperturbabile, quasi ascetico, accarezza i suoi tasti con buona educazione. Merritville è il primo bis e disegna un`oasi di pace in mezzo a tanto furore acido, splendida e intensa rock ballad incastonata in Medicine Show, tanto per ricordarci le grandi capacità di Steve come autore. Non è certo da meno Glide, annoverata sempre tra le nuove creature, a cui spetta il compito di anticipare uno dei momenti topici della serata, ci siamo, inconfondibile parte "come back to Boston as soon as you can", inno collettivo, totale. Una versione a dir poco trascinante che quasi con naturalezza sfocia in uno splendido inserto di Refugee, commosso e sentito omaggio al grande Tom Petty.

Encore 2 con The Side I`ll Never Show (che te lo dico a fa`) prima di una John Coltrane Stereo Blues semplicemente da leggenda, spaziale, ultraterrena, catartica, sabbatica, interminabile, acida e distorta "Oh keep your hands on the shades baby No one gonna care"

Ventiquattr`ore dopo Bologna e il Locomotiv non sono da meno e raccontano un`altra splendida storia di cuore, sudore, passione e Paisley Underground come non ci fosse un domani. Steve in gran forma, rilassato, contento e sorridente, band che gira come una fuoriserie, setlist praticamente sovrapponibile al giorno precedente, uniche variazioni nei bis con My Old Haunts da Ghost Stories e When You Smile da The Days Of Wine And Roses a sostituire Merritville e The Side I`ll Never Show. Chiusura con i fuochi d`artificio, Boston (with Tom Petty`s Refugee snippets) e di nuovo il delirio orgiastico di una John Coltrane Stereo Blues che probabilmente non finirà mai, la stanno ancora suonando, la stiamo ancora cantando! Gonna be alright

Fotografie di: Andrea FURLAN