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Un
Fillmore inspiegabilmente semivuoto ha accolto
il Parto Delle Nuvole Pesanti in una delle prime
date del tour che, dopo gli showcase tenuti nelle
librerie, sta portando in giro il nuovo disco.
L’ex-cinema/teatro di Cortemaggiore, con la sua
capienza e la sua acustica nettamente sopra la
media, sembrava suggerire desolatamente che il
(mal)funzionamento della musica dal vivo in Italia
non è solo una questione di spazi e di costi,
ma anche di cultura e di predisposizione del pubblico.
I musicisti del Parto, rodati da anni passati
su ogni tipo di palco, hanno subito annusato l’ambiente
e cominciato a entrarvi sin dalla prima canzone:
“Riempire gli spazi” è arrivata proprio come un
invito, come una reazione di fronte ai troppi
vuoti che la musica deve affrontare di questi
tempi. Il trio calabrese ha dimostrato ancora
una volta di essere uno di quelli in grado di
offrire pienezza, con un suono arricchito dal
basso di Mimmo Crudo, dal sax di Raffaele Brancati,
dal piano di Pasquale Morgante e dalla batteria
di Gennaro De Rosa. Particolarmente corposa è
stata subito “I musicisti di Lolli”, dotata di
un’energia positiva che un flauto e un Voltarelli
sghignazzante hanno fatto sprizzare, e sulla stessa
linea si è mossa anche “Gli amici degli amici”,
che alla fine è risultata la più cresciuta tra
le canzoni dell’ultimo disco.
A spingere i pezzi sul palco, anche nella loro
versione etno-autorale, è sempre Salvatore De
Siena, ora seduto sul cahon ora in giro a battere
un tamburello: con lui ha fatto coppia Gennaro
De Rosa dei Mandara, in movimento dalla batteria
alle percussioni. Ne hanno guadagnato soprattutto
“L’imperatore” e “Onda calabra”, prima che “Raggia”
arrivasse con la sua carica animale a provocare
anche la chitarra del maestro Amerigo Sirianni.
Proprio questa energia è riuscita a coinvolgere
ogni singolo spettatore e si è meritata un neologismo
che ci sentiamo di azzardare: “s’arraggia”. È
così che questi musicisti diffondono canzoni e
testi, suoni e idee, con un movimento a raggiera
dal palco verso tutti i presenti.
Fondamentali sono state le capacità interpretative
fisiche, vocali e mimico-facciali, espresse persino
nei pezzi più lenti come in una “Cantare” per
voce, piano e sax, un esempio di vera autoralità
italiana. Capacità che si possono ormai tranquillamente
definire teatrali per una forte componente recitativa
e rappresentativa evidente in “Roccu U Stortu”.
L’“arraggiarsi” ha poi liberato anche un’altra
capacità, quella dell’improvvisazione, in una
“L’avventura”, richiesta a forza dal pubblico
ed eseguita casualmente in una versione quasi
a cappella. Da questo tipo di energia non potevano
scaturire anche alcuni imprevisti come una “Nescia
Sule” che ha dovuto reagire ad una rottura della
cinghia della fisarmonica. Logico che tutto questo
si riversasse sul pubblico mordendo alcuni con
un ritmo calabrese che ha costretto al ballo sfrenato
e logico che alla fine i musicisti scendessero
dal palco in preda alla loro stessa musica, come
in un corteo di paese, ognuno a far chiasso col
proprio tamburo.
E logico, anzi inevitabile, che questi venissero
poi richiamati non per un bis, ma per un pezzo
che permettesse a quegli spazi, ancora non del
tutto soddisfatti, di traboccare: così “Equo canone”,
si è arraggiatta, lunga e svaccatta, crescendo
sulla melodia, fino ad una pienezza che nessuno
avrebbe potuto immaginare ascoltandola su “Alisifare”
(1994).
Alla fine all’entrata del Fillmore avrebbero dovuto
esporre il cartello di tutto esaurito. Giustamente
per una volta, a dover fare i conti col loro senso
di vuoto erano quelli rimasti a casa.
A loro benevolmente possiamo solo dire: “Fatevi
arraggiare”.
Scaletta:
Riempire
gli spazi
Banaltango
I
musicisti di Lolli
Gli
amici degli amici
L’imperatore
Onda
calabra
Il
lavavetri
Via
da questa miseria
Raggia
Cantare
La
guerra di Piero
Riturnella
Roccu
U Stortu
Un
gelato al limone
L’avventura
Ciani
Nescia
Sule
Lupu
Equo
canone
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