Mandolin Brothers

Mandolin Brothers

Pavia / Spazio Musica


25/01/2014 - di Gianni Zuretti


Mandolin’ Brothers, Far Out, 35 anni on the road e non dimostrarli.

Era nell’aria che avremmo assistito all’evento e così è stato, a cominciare dall’affluenza, eravamo al limite della compenetrazione dei corpi, posti liberi solo aggrappati all’insegna dell’uscita di sicurezza! c’eravamo proprio tutti (tranne lo spazio)  a Spazio Musica di Pavia (uno dei templi storici della musica nel nord Italia, da custodire gelosamente) ed anche questa è stata la cosa gratificante, rivedere amici giornalisti, musicisti, fotografi, appassionati che non si incontravano da tempo il tutto in un clima di festa: stiamo parlando ovviamente del concerto di presentazione  del nuovo attesissimo album “Far Out”  dei Mandolin’ Brothers, la band Pavese che segna trentacinque anni di attività e che ormai è diventata un punto insostituibile di riferimento del genere Americana in Italia ma anche con riconoscimenti importanti oltre Oceano.

Jimmy Ragazzon e Paolo Canevari, “i fondatori” dei Mandolin’, hanno saputo nel corso dei decenni, con pazienza, alimentata da una non comune pervicacia, superare i tanti momenti difficili, che purtroppo spesso rendono il percorso in musica nel nostro paese una impossibile corsa ad ostacoli, lo hanno fatto con dignità, supportati dalla passione, hanno nel tempo coinvolto nuovi musicisti, scelti accuratamente per bravura ma anche e soprattutto per umanità, dedizione, “senso di appartenenza”, ecco allora che gli ingressi, in diluita successione temporale, di Joe Barreca al basso, Daniele Negro drums (sezione ritmica davvero d’eccellenza) Marco Rovino mandolino, elettrica,  e voce, Riccardo Maccabruni  alle tastiere, fisarmonica e voce, (entrambi anche nella line up del side project Folks Wagon), fanno di questa band un insieme di tessere che si incastrano da sole, in perfetta armonia, come dice Zambo, con un complimento importante ma meritatissimo, sono la The Band italiana, infatti, l’approccio di Jimmy, sensibile musicista e fine letterato, insieme ai compagni vede un approccio colto alla musica, che scava profondamente nel solco della tradizione musicale e letteraria americana, ciò si respira incondizionatamente in ogni brano, le citazioni della storia della musica americana sono infinite ma fatte con autorevolezza, disinvolta autonomia e personalità. The Band, Little Feat, Bob Dylan, Steve Earle, Marshall Tucker Band, e persino Doobie Brothers scorrono nelle loro vene per realizzare un blend di country folk rock che, corroborato dalla inconfondibile voce di Jimmy, diventa un marchio di fabbrica a prova dell’unicità della loro proposta.

Finalmente (sempre troppo tardi per la mia età) la serata prende il volo e sul palco ritroviamo un pezzo di storia del giornalismo musicale e letterario italiano, insieme salgono Mauro Zambellini e Marco Denti che dovrebbero dissertare sul libro di Zambo, Love and Emotion, la biografia su Willy DeVille (unica al mondo), ma Mauro, in grande serata (nonostante il periodo difficile dell’Inter), è un fiume in piena e prende in mano la cloche e, mandando il secondo autorevole pilota a servire le bibite, decolla da solo portandoci a volo d’uccello sulle orme del songwriter del Connecticut attraverso il racconto delle città e i fatti della vita di DeVille, tra NYC, il Chelsea Hotel, il Bayou, Parigi; sono stati venti minuti intensi di storie, aneddoti, citazioni che hanno incantato il pubblico che ascoltava a orecchie sgranate in rigoroso silenzio. Se l’editore fosse accorto questo libro lo tradurrebbe in inglese, per un successo internazionale assicurato, ma, come mi ha commentato qualcuno, forse mi sono avvalso di un ossimoro troppo diffuso in Italia.

Ma ecco i Mandolin’, erano impazienti di dar fuoco alle polveri, Jimmy sgommava teso come una corda di violino (da buon perfezionista che non ama lasciare nulla al caso), e come un cavallo di razza con gli zoccoli  grattava il palco  finché sono  partiti eseguendo i brani nell’ordine preciso del disco. Da questo punto, a parte un’armonica sbagliata impugnata ma con mirabile puntiglio si ha ordinato la ripetizione del brano con l’intonazione giusta, è stato un crescendo di energia, emozioni, e tanta bella musica. Non era semplice replicare perché, come giustamente mi segnalava Ragazzon prima del concerto,il disco  è stato realizzato con  ospiti, Jono Manson (che l’ha prodotto e mixato), Cindy Cashdollar, John Popper, Eddie Abbiati, che hanno dato la loro zampata ognuno in un brano, poi l`album è stato rimixato  per cui bisognava riprodurre quelle atmosfere frutto anche di contributi diversi, ma direi che la scommessa è stata vinta grazie all’intenso  lavoro di preparazione del live set da parte di tutti i musicisti che sul palco hanno fatto scintille, per non parlare del set finale con tanto di quartetto di fiati, tanto inatteso quanto emozionate, che ha segnato alcune canzoni e ci ha scaraventato, grazie ad una Like a Rolling Stone dal sapore Stax, in un mondo a noi caro. La voce di Jimmy dicevamo è distintiva, Dylaniata e abrasiva  quanto basta, in grado di abbarbicarsi  con autorevolezza sulle sonorità molto roots and roll delle canzoni che spaziano attraverso i generi. “Escono” le canzoni, i Mandolin’ compongono spesso a quattro mani e il contributo di Rovini e di Maccabruni sono preziosi ad integrare la sapiente e primaria scrittura di Ragazzon.

E’ un live che coinvolge, trasmette energia alla Little Feat, ma anche  la proverbiale malinconia di The Band che viene resa benissimo nella cover preziosa di Ain’t No More Cane ,  Macca tuttofare con i tasti  è evocativo (alla voce nella belle  “sue” Someone Else e My Last Day),  Canevari incessantemente pennella la slide e l’elettrica in modo esemplare, Rovini è cavallo di razza e dà un contributo importante alla voce e alle corde e la sezione ritmica stantuffa e produce ritmo e spinge da dietro i solisti che operano con semplicità ma grande  efficacia senza mai cedere a parti di autocompiacimento. Tra gli ospiti del disco salgono Stefano Bertolotti ai tamburi in Bad Livers Blues e Eddie Abbiati che dà la sua voce, anch’essa come quella di Jimmy è un marchio di fabbrica, in Black Oil, la canzone più impegnata del disco con i suoi strali ecologisti. Vengono ripresi brani dai precedenti lavori che fanno tutt’uno con Far Out, album voluto, atteso e riuscito. Poi il gran finale con i fantastici TPN Horn Section e davvero sul palco non è possibile metterci uno spillo e in sala la felicità e l’energia toccano le stelle con l’arrivo della citata innovativa versione di Like a Rolling Stone. Entusiasmanti.

Grazie Mandolin’, grazie Spazio, grazie a tutti e non è che l’inizio del tour che vedrà in alcune date la “lussuosa” presenza di Jono Manson. Corre l’obbligo di un grazie particolare ai fotografi che ormai fanno parte integrante di questa “movida americana”, una grande famiglia che spazia da Cantù a Pavia, da Milano a Legnano, loro ci lasciano ricordi indelebili delle serate con  splendide fotografie; grazie  Renato Cifarelli, Federico Sponza e, last but not least, l`archicuoca Elena Barusco.

Scaletta:

FREAK OUT TRAIN

COME ON LINDA

SOMEONE ELSE

CIRCUS

NIGHTMARE IN ALAMO

ASK THE DEVIL

SORRY IF

AIN`T NO MORE CANE  (The Band)

HOLD ME

MIDNITE PLANE

SCARLET

STILL GOT DREAMS

 

BAD LIVER BLUES (con Stefano Bertolotti)

SHORT LONG STORY

LOTUS EATERS

BLACK OIL (con Edward Abbiati)

MY LAST DAY

HEY SENORITA (con TPN Horn Section)

A MEDIUM BLUES  (con TPN Horn Section)

bis:

LIKE A ROLLING STONE (con TPN Horn Section)

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