Mei

Mei

Faenza


23/09/2016 - di Giuseppe Catani
Se vent’anni vi sembran pochi. Il Mei li ha festeggiati nel corso della sua ultima edizione, quella che si è svolta, come d’abitudine, a Faenza, nell’ultimo fine settimana. Tre giorni di musica dal vivo, presentazioni di libri, discussioni infinite e qualche variazione sul tema (leggasi la presenza del poeta Guido Catalano e della banda del Lercio). Bene, dal prossimo anno, tutto questo ben di dio non troverà più terreno fertile tra le lande faentine. E se qualche spora, inevitabilmente, proverà a resistere, sarà sommersa dal nuovo che avanza. Parola di Giordano Sangiorgi, il guru indiscusso del Mei: “A partire dalla prossima edizione – giura – apriremo un nuovo percorso. Si ripartirà con altre idee, siamo all’anno zero”. Questo il mantra con il quale il patron ha accolto i (come sempre numerosi) visitatori e ospiti della sua creatura. Vedremo, in fondo sarà sufficiente aspettare una dozzina di mesi.

In realtà, bisogna dirlo, questa edizione del Mei una novità l’ha già introdotta. E non di poco conto. Riferimento non casuale al primo Festival dei giornalisti musicali. Concretizzatosi in sette tavoli di discussioni (già, infinite…) sull’attuale stato dell’arte, coordinati dall’ottimo, e come sempre paziente, Enrico Deregibus. Cosa ne è uscito fuori? Che la critica musicale non è messa proprio bene. Per una serie di motivi: il perenne disinteresse nei confronti della musica (con l’esclusione dei grandi nomi, quelli che fatturano il cash, tanto per intendersi) della stampa generalista e degli editori, il cupo dissolversi delle riviste di settore, la dispersività del web, la scarsa professionalità e competenza di chi si butta sull’argomento con entusiasmo sulla scorta di una dubbia conoscenza della materia. Interessante, e divertente, il dibattito che poi si è sviluppato nella mattinata di domenica 25. Vissuto tra i gustosi aneddoti del decano Giò Alajmo, firma storica del Gazzettino, arricchiti da un’altra vecchia volpe del calibro di Mario De Luigi di Musica & Dischi con il suo pessimismo cosmico (“La critica musicale non esiste più”), tra la grinta appassionata di Ezio Guitamacchi e gli ardori giovanilisti di Riccardo De Stefano di Exitwell e Federico Savini di Blow Up. E concluso con la promessa di uscire fuori dal pantano. Con quali modalità? L’idea partorita è quella di dare vita a un’associazione di critici musicali (giornalisti e non) in grado di affiancare la categoria, supportarla, farla crescere se non ripartire, dargli una mano concreta a riacciuffare le quote perse negli ultimi anni. Se la montagna ha partorito il topolino lo scopriremo a breve. Di certo, come proposta, al momento sembra quantomeno interessante.

Discorsi belli, tondi e ragionevoli, certo, ma la musica? Tanta e di gran livello. Anche se in quei tre giorni è impossibile riuscire a seguire tutto e destreggiarsi tra un palco e l’altro. Ma il bello è proprio questo, perché il Mei ti spinge a selezionare, a decidere. E chi non decide in fretta è perduto. L’antispasto il venerdì, con la serata Extraliscio: e giù a ritmo di mazurka e polka con Mirco Mariani, Moreno il Biondo, Mauro Ferrara e nientemeno Finaz della Bandabardò. E “replica” la domenica pomeriggio con i ritmi di Mirko Casadei, accompagnato per l’occasione dai Khorakhanè. Avviso ai naviganti: il liscio è stato sdoganato, si era capito vero?

Arriva il sabato e la testa comincia a girare: ecco il Corona Cocktail Plaza Super Mei Circus e il Ring Stage, ovvero una infilata impressionante per quantità (e spesso per qualità) di cantanti e band emergenti. E, alle 20,30, in contemporanea, il live di Daniele Silvestri (funestato, purtroppo, dalla rottura di una centralina elettrica) in piazza del Popolo e l’omaggio a Lucio Battisti al teatro Masini. E a tal proposito, è necessario soffermarsi per un attimo. Diciamolo: su quel palco di battistiano, con l’esclusione del sempre verde Alberto Radius e di Leo Pari, c’era ben poco, diciamo nulla. Che facciamo, sottilizziamo? No, non è il caso, perché i presenti hanno trovato di che consolarsi con i miniset del concreto Artù, del cappellaio matto Niccolò Francisci, della delicata Chiara Dello Iacovo, dell’intimismo di Iacampo, dell’energia di Daniele Celona, del fascino di Mauro Ermanno Giovanardi e dei suoi sodali Lele Battista e Andrea Martinelli, della beata gioventù di Miele, dei synth del già menzionato Leo Pari e della forza di un sempre più convincente Motta.

Ciccia in abbondanza anche nei pomeriggi dedicati alla presentazione dei libri, menzione particolare per il volume “Ivan Graziani, il primo cantautore rock” (Crac edizioni), curato da Paolo Talanca. Il resto è impossibile da raccontare. Potremmo soffermarci sulla reunion dei Boohoos, sui corsi, sulle assemblee, sulle targhe e premi distribuiti in quantità industriale. Oppure sui tanti visi sorridenti incontrati lungo le strade di Faenza, sull’allegria contagiosa emanata dal popolo del Mei. Ecco, dovesse cambiare tutto, sarebbe bello ricominciare da qui.