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Stasera l'attesa nell'Arena è colma di un'aria meno leggera, un po' per
la calura estiva che avvolge il Castello, un po' per la curiosità che
circonda il concerto: forse è il fatto di essere rimasti orfani di grandi
stelle che induce chi ama il jazz in questi discorsi, ma non sono poche
le conferme che si chiedono a questo giovane pianista della Florida.
D'altronde è abbastanza vero che quella attuale è un'epoca piuttosto sterile,
non sol o per il jazz, piena sì di ottimi lavori, ma priva di cambiamenti
e di novità creative che ne rigenerino l'essere arte. Chiacchierando con
qualche ragazzo sotto il palco, mi accorgo di non essere l'unico ad attendere
questa serata con sguardo non privo di pregiudizio; in mezzo ai pini che
fanno la guardia al panorama della città, mi trovo a discutere sul suono
a tratti accattivante di Brad e sul suo proporre cover anche di canzoni
pop, che gli hanno conquistato non pochi fans, anche tra profani del jazz.
Questi discorsi lasciano il tempo che trovano, proprio come i paragoni
che si sono sprecati per il suo pianismo, e lui sembra saperlo bene, nascosto
dietro le casse a fumarsi una pacifica sigaretta.
Capelli leggermente arruffati, ampi pantaloni e maglia nera, sale sul
palco, presenta i due compagni e si siede al piano abbozzando un tema
con la sola mano destra. Quando entra il contrabbasso, Brad comincia a
produrre un gioco di ascensioni e di accordi in pausa con la sinistra
che cancellano tutti i dubbi. Il suono è di una soave raffinatezza e unisce
il classicismo melodico a sprazzi più ritmici; Brad è in piena trance
sul pianoforte, presenta un secondo tema che insegue il precedente e poi
crea un medley con un'ulteriore composizione. Larry Grenadier al contrabbasso
fornisce una continua spinta ai brani e sostiene Brad offrendogli passaggi
a cui aggrapparsi per nuove variazioni. Al pianoforte bastano così pochi
tocchi per cambiare un assolo o per assopirlo in un finale che sa di incantesimo.
Le due mani si scambiano spesso i ruoli, descrivendo dialoghi intimistici
sui brevi fraseggi di Jorge Rossy alla batteria che cominciano e finiscono
mai uguali. Eppure il piano non partecipa mai appieno dei ritmi, sembra
muoversi in un'altra dimensione, anche nei passaggi più cantabili e in
quelli mossi come il mezzo swing di "29 palms".
L'attenzione del pubblico è tutta calamitata da Brad che, quando lascia
le sue mani sospese sulla tastiera, sembra quasi spiritato. Forse è la
leggera eco che concede ad ognuna delle sue note, dimostrando un tocco
e una voce fuori dal comune, che si apprezza ancora di più quando si trova
a suonare in solitudine.
È evidente la via personale con cui questo introverso ragazzo rigenera
il jazz, liberandolo da catene borghesi e inutili purismi: Brad propone
malinconie romantiche ("The bard") di una bellezza assoluta, capaci di
rievocare un'epoca passata come quella di Goethe e Novalis, di rielaborare
maestri jazz e anche di commentare inedite geometrie moderne.
Il finale del concerto è tutto un lavorare su ballads sentimentali di
poche parole, sussurrate anche dalle spazzole e da un archetto che tende
il contrabbasso. L'interpretazione di "Still crazy after all these years"
di Paul Simon mi provoca emozioni difficili da contenere, lascio definitivamente
perdere il mio blocchetto degli appunti e alla fine non posso che schizzare
in piedi ad applaudire fino a quando il trio risale sul palco per il bis.
"Exit music" dei Radiohead è quanto più si possa adattare alle armonie
del pianismo di Brad che la spezza in un tempo a lungo dilatato e morsicato
dal contrabbasso di Larry. Mehldau la interpreta come un vero aedo moderno
ad occhi chiusi tenendo in bilico tutto il pubblico. Dopo gli inchini,
vorrei urlare di gioia, saltare, rincorrerlo, ringraziarlo per tutto questo
inquieto lirismo. Magari potessi recuperare fin d'ora la bellezza di questo
concerto, ma il jazz è fatto così, non fa mai marcia indietro e soprattutto
non torna mai uguale a se stesso; speriamo che anche Mehldau continui
su questa strada.
Non resta che tornare a casa e questa volta il viaggio in auto sarà ancora
più duro, poiché nessun altra musica sarà in grado di accompagnarmi.
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