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Si
sa che le feste dell'Unità sono tra le poche feste
popolari, e le uniche tra quelle organizzate da
partiti politici, ad avere un programma musicale
degno di interesse. Così può capitare di trovare
una delle voci migliori del rock italiano degli
ultimi anni a suonare in un paesino della provincia
bergamasca, da solo, senza pubblicità alcuna:
è una scelta che Giulio Casale sta portando avanti
da tempo, da quando i suoi Estra si sono presi
una pausa e lui ha cominciato a proporsi in una
forma spoglia, più cantautorale.
Dopo il set d'apertura dei The Bone, band dedita
ad un rock molto Morphine, la serata non sembrava
avere troppe pretese, complice un ambiente piuttosto
dimesso: un palco posto nel mezzo di un campo
da calcio e qualche panca poco alla volta riempita
dalla gente delle festa sono invece bastati a
Casale per un concerto intenso, che ha catturato
l'attenzione anche di chi non sapeva chi fosse
quell'uomo che cantava e suonava la chitarra.
È stato subito chiaro che la scaletta non avrebbe
risparmiato critiche né tantomeno evitato di prendere
una direzione precisa: l'inizio con "L'uomo col
futuro di dietro" e "So che non so" ha dato il
segnale di una musica pronta a districarsi con
coscienza nel "groviglio di perché" del mondo
di oggi, toccando anche temi forti come il suicidio
e il conformismo culturale.
Casale ha presentato le canzoni del suo ultimo
disco, lo splendido "In fondo al blu", e ripescato
pezzi degli Estra offrendo un set coerente anche
nelle cover, tra cui una inattesa "Wishlist" dei
Pearl Jam. A differenza di molti cantautori italiani,
ha dato prova di una interpretazione nè flebile
né ammiccante: anche nei pezzi più toccanti, come
"Hallelujah" (Leonard Cohen / Jeff Buckley), non
si è mai appoggiato sulla melodia, ma l'ha sempre
esposta alla tensione della chitarra e del suo
canto. Un esempio lo si è avuto con una versione
di "Sacrale" molto pesata, quasi tagliata dagli
accordi e dalla voce fino ad una parte finale
liberata su dei vocalizzi duri.
Tra le cose migliori della serata Casale ha regalato
una "In fondo al blu", in cui ha inserito un tacito
saluto a Sergio Endrigo, e una "Sbarre sui denti"
giuliva, che ha recuperato la tradizione più giocosa
della canzone italiana su un testo aspro di critiche
("L'Italia è una scuola materna / dove i bimbi
siamo noi / tutti insieme sempre più deficienti").
A richiesta ha eseguito un brano di Fabrizio De
Andrè, optando per un pezzo tutt'altro che facile
come "Il suonatore Jones" che ha zittito i presenti.
Poi ha salutato con una "All I want to be" scandita
con cattiveria, alzando la voce in modo feroce,
e, richiamato sul palco, ha eseguito "Fiesta"
accompagnato dal battito di mani e piedi del pubblico.
Un esempio di come una serata qualunque possa
diventare importante, quando sul palco c'è qualcuno
che ha qualcosa da dire e che sa come dirlo.
Scaletta:
L'UOMO
COL FUTURO DI DIETRO
SO
CHE NON SO
CARA
GIOVANE VERGINE CHE MI PARLI
DI SUICIDIO
NON
CANTO
WISHLIST
PARASSITA
INTELLETTUALE
SACRALE
HALLELUJAH
VIENI
IN
FONDO AL BLU
SBARRE
SUI DENTI
IL
SUONATORE JONES
HANABEL
ALL
I WANT TO BE
FIESTA |
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