Francesco Guccini

Francesco Guccini

Palalottomatica - Roma


23/01/2009 - di Arianna Marsico
Francesco Guccini

23 gennaio 2009 - Palalottomatica - ROMA Francesco Guccini dovrebbe fare il cabarettista. Il concerto infatti vale la pena di essere visto non solo per ascoltare pietre miliari come "Il vecchio e il bambino" ma anche per sentire i racconti con cui, con voce un po' trascinata ( tra la sua erre moscia ed il Lambrusco con cui, parole sue "la gola va rinfrescata"), presenta le sue canzoni. E così, dopo aver parlato del caso di Eluana Englaro, inveito contro Sacconi e notato che l'acustica del Palalottomatica è leggermente migliorata ( ma non abbastanza purtroppo), Guccini inizia, con la voglia di "sbalordire" il numeroso pubblico. Ed invece come sempre, il primo pezzo è "Canzone per un'amica". Il bello dei concerti del Guccio non è dato da effetti speciali e novità assolute, ma dalla capacità di sorprendere con brani che hanno un bel po' di anni sulle spalle, magari ravvivando semplicemente il ritmo (doveroso su questo un omaggio ai musicisti che lo accompagnano e con i quali il nostro si diverte a scherzare) o raccontando un aneddoto diverso. Francesco è come un vecchio amico in grado di incantare grandi e piccini ( c'era gente di ogni età) raccontando sempre la stessa storia ma ogni volta con una sfumatura differente che la fa sembrare nuova. E così gli si perdona anche un'esecuzione non sempre impeccabile a livello vocale.
Il fil rouge della serata non sono le canzoni "politiche" (assenti per esempio "Stagioni") ma quelle sul tempo che passa…e così tutti insieme a cantare "Canzone quasi d'amore" e "Farewell" soprattutto, un autentico colpo al cuore.
Uno dei momenti clou è stato però "Cyrano". Tutti in piedi, contravvenendo alla "regola" di star seduti fino al momento finale, tutti nei panni del "cadetto di Guascogna", a cantare a squarciagola "E al fin della licenza io non perdono e tocco….". E Guccini in fondo ci si ritrova in Cyrano, nel suo essere se stesso fino in fondo, nel bene e nel male. Come in "Don Chisciotte", in cui si diverte a duettare col suo chitarrista Flaco nei panni di Sancho Panza.
Dopo la botta adrenalinica e corale di "Cyrano" è il momento della tenerezza e degli accendini accesi con "Il vecchio e il bambino", brano di una dolcezza straniante. Sempre attuali poi "Dio è morto" e "Auschwitz"; Guccini dichiara di cantare quest'ultima anche oggi, senza imbarazzo (si pensi agli scontri tra Israele e Hamas), perché sa distinguere "tra un popolo ed un governo".
Il finale è come sempre affidato a "La locomotiva", tutti in piedi con i pugni sinistri alzati per celebrare "la fiaccola dell'anarchia".
Rispetto a qualche anno fa nei concerti si è molto accentuata la vena intimista, nonostante la presenza di brani come "Canzoni delle osterie fuori porta", che comunque è sempre legata al tempo che scorre (si pensi a Macbeth "Via, consumati, corta candela. La vita non è che un'ombra vagante, un attore che in scena si agita per un'ora pavoneggiandosi, e poi tace per sempre . una storia narrata da un idiota, colma di suoni e di furia, che non significa nulla").Guccini sembra cantare "Addio" ("Io, figlio d'una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia") anche se non lo fa. E' uno spirito da Don Chisciotte stanco, quasi sul punto di smettere di credere ai sogni, come il protagonista del libro nel finale dell'opera di Cervantes. Eppure, come Cyrano che dentro di sé sente "che il grande amore esiste", Francesco, sarà per l'ironia graffiante che non demorde, non molla.
E nota dopo nota, canzone dopo canzone, si rinnova e cerca di ricordarci che non bisogna smettere di cercare amore e giustizia. Anche se tutto ciò che è umano è fragile e non sempre in grado di resistere agli scossoni del tempo ("Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale una storia normale. Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo, sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo."), anche se siamo "in un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre"

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