Luca Rovini

Luca Rovini

Gallarate (Va) / Osteria Il Mercanto`


22/07/2017 - di Andrea Furlan
Fare una recensione da fan, tutta cuore e superlativi, o mantenere il necessario distacco critico e analizzare razionalmente quanto visto e ascoltato? Questo è il dilemma che assale chi ha il compito di descrivere con le parole l’alchimia che rende unico e speciale un concerto. La musica è emozione, soprattutto quando accomuna esecutori e pubblico in un momento magico, tanto impalpabile quanto poi indelebile nel ricordo. Potrei cavarmela e dire semplicemente che la serata ha lasciato il segno, invece no, bisogna dire tutto, bisogna dire che è stata una fantastica occasione per apprezzare al meglio l’arte di questo bravo musicista toscano. Mi sono immaginato il percorso fatto da Luca Rovini per arrivare a ciò, il sudore, la passione, le paure, le speranze, gli ostacoli, la rabbia, la gioia che sono stati necessari per arrivare a tanto. Un sogno per una volta compiuto, avverato negli abbracci di fine concerto, nei suoi occhi che sprizzavano felicità, nella consapevolezza di aver raggiunto e meritato un traguardo importante. L’altra sera è scoccata una scintilla e la fiamma è ancora viva.

L’Osteria Il Mercantò, a pochi passi dal centro di Gallarate e dal negozio di Paolo Carù, è stata una location ideale, intima e raccolta, per vivere il concerto a stretto contatto dei musicisti, visibilmente a proprio agio in questa bella dimensione familiare.

A scaldare i commensali ci ha pensato il cantautore milanese Francesco D’Acri che ha presentato, solo voce e chitarra, alcuni brani del suo recente Il Principio d’Archimede, album composto sulla traccia della tradizione autoriale italiana, qui proposto in acustico con un bel timbro vocale esteso alla parte bassa del pentagramma che ha evidenziato la sua capacità di unire lirismo melodico a testi piacevolmente poetici. Condito con un pizzico di ironia, non è mancato l’omaggio a Johnny Cash in cui D’Acri (il timbro baritonale della voce glielo permette) ha giocato con la forte somiglianza all’uomo in nero. Set breve ma intenso e coinvolgente tanto da catturare immediatamente l’attenzione dei presenti.

Dopo la bella apertura di D’Acri, Luca Rovini è salito sul palco accompagnato finalmente da una band al completo: ai convenevoli di rito segue subito la musica e le prime note chiariscono immediatamente cosa ci sarebbe aspettato, due ore abbondanti di country rock suonato alla grande come di rado capita di sentire in Italia. Pur avendolo già ascoltato altre volte dal vivo, questa è stata la prima in cui l’ho visto alla prova della lunga distanza, un tempo ormai adeguato a un repertorio che vanta una bella rosa di brani provenienti dai tre dischi da lui finora pubblicati. Conoscevo già molto bene la scrittura di Rovini, sicura, autorevole, ispirata sia dal modo tutto italiano di costruire le canzoni, attento alla melodia, che dagli autori d’oltreoceano con cui ha in comune il taglio asciutto che centellina con precisione ogni nota e la declinazione rock della matrice folk innestata in parti variabili da blues e country. Quanto detto trova una sintesi perfetta nell’ultimo maturo lavoro Figure senza età, non a caso setacciato quasi interamente dalla set-list di questa sera.

Il risultato è andato oltre le aspettative confortato all’ottimo sound che il gruppo ha prodotto con estrema naturalezza avvolgendo ogni brano di una veste preziosa, mettendone in giusto risalto, amplificandole a dovere, le qualità intrinseche. Davvero molto validi i musicisti che hanno spalleggiato Rovini: Stefano Costagli alla batteria e Andrea Pavani al basso sono stati una solida base ritmica che con un buon grado di inventiva ha dato spessore ai pezzi su cui hanno avuto gioco facile la voce graffiante e ben calibrata di Luca, roca come si addice ad ogni loser che voglia raccontare a tono le sue storie di vissuta, e gli interventi di Peter Bonta alla chitarra elettrica, musicista di lungo corso, che ha ricamato una serie di splendidi assoli. La ciliegina sulla torta è stata proprio la presenza Bonta e i suoni limpidi e ficcanti con cui ci ha intrattenuto. Di grande valore l’intervallo che si è ritagliato con l’esecuzione di A Hard Lesson To Learn, intensa ballad dei Rosslyn Mountain Boys (uno dei gruppi che lo hanno visto nell’organico) interpretata poi addirittura da Rod Stuart.

In scaletta, oltre agli originali di Rovini, spiccano gli omaggi a Francesco De Gregori, di cui interpreta Niente da capire, al Dylan di Come il giorno (anche qui lo zampino del Principe) e a Steave Earle con il ripescaggio di Six Days On The Road, tre momenti che sottolineano, se mai ce ne fosse bisogno, quale sia il suo genere privilegiato.

Serate così non si dimenticano e dimostrano che con un po’ di coraggio e molto entusiasmo anche la musica che non segue i canali alla moda e gli asettici apericena con insulsi dj set incorporati, trova spazi adatti alla sua fruizione. Il locale era pieno, il pubblico ricettivo, perfino qualche passante si è fermato incuriosito ad ascoltare. Luca Rovini e i suoi Compañeros hanno dato il meglio di sé e sono stati premiati da un’accoglienza calorosa.

Bene così, io sono rientrato a casa felice per le belle emozioni trasmesse da Rovini, un artista vero e sincero che ha nella grande passione che lo determina la carta vincente!

 

Set list:

Corri uomo corri

Sporca danza

Il quartiere della follia

Scoppia la testa

Compañeros

Fuorilegge

Six days on the road

Fino al mattino

Fermando la notte

Dimmi cosa vuoi da me

Figure senza età

A hard lesson to learn

Vite di contrabbando

Occhi profondi

Boogie finché mi va

Viaggiatore stanco

Come il giorno

Niente da capire

Avanzi e guai

L’ultimo hobo

Senza gambe e parole