Lou Reed

Lou Reed

Live @ Vittoriale – Gardone Riviera

22/07/2011  |  di Vittorio Formenti

Grande serata quella vissuta al Vittoriale per celebrare il tour Sweet Tooth  dell’icona dell’underground di sempre: Lou Reed.
Tutte le condizioni al contorno premettevano il meglio; lo scenario del lago, il respiro storico del sito, l’eccellente organizzazione del festival, la sensibile direzione artistica di Viola Costa, il tutto esaurito con più di 2.000 persone facevano da corona ad un evento in bilico tra la passione di nicchia ed il richiamo della folla.
Lou si presenta sul palco accompagnato da una band giovane e numerosa composta da Toni Diodore e Joseph Aram Bajakian alle chitarre, Robert Wasserman al basso, Kevin Hearn alle tastiere, Louis Calhoun al computer, Tony Thunder Smith alla batteria (unico membro “adulto” del combo) e Ulrich Krieger al sax.
L’organico appare subito essere perfettamente coerente all’arte del grande newyorkese testimoniando due fatti; la trasversalità generazionale della musica di Reed e la capacità di quest’ultimo di mantenerla aggiornata chiamando attorno a sé nuove leve.

Al traguardo dei 69 anni Lou si muove a stento, appare fisicamente un po’ ingessato ma spiritualmente il fuoco è ancora vivo.
Nulla è dimenticato e rinnegato come conferma il brano d’avvio Who Loves the Sun, richiamo dell’epopea dei Velvet Underground ripresa poi nei passaggi acustici di Venus in Furs,  Sunday Morning  e Femme Fatale, intonsi nel loro quadro alienato.

Il tempo è passato da quei lontani momenti, l’arrangiamento è virato ad una maggior comunicatività ma senza nulla perdere in termini di impatto.
Quando serve la band sa essere aggressiva ed ipnotica, martellando su ostinati minimalisti che danno vita a quel groove maledetto tipico dell’estetica di Reed; le frasi melodiche si ripetono in modo circolare tra accordi alterati, talvolta dissonanti, ed il pedale quasi grottesco del sax. I passaggi acustici sono più lievi ma sempre tesi, non c’è spazio per rilassarsi o men che meno per distrarsi.
La timbrica è efficacissima: il violino è usato con rara sapienza, mai retorico e lezioso, sempre mordente; le chitarre sono secche ed essenziali anche nelle cavalcate soliste che celebrano alla perfezione l’eredità degli anni ’70; la batteria scandisce e sviluppa il rito dei sotterranei; il basso è più elemento da quartetto elettrico che componente ritmico; tastiere ed elettronica inacidiscono i toni.

Waves of Fear è uno dei climax della serata, potente e graffiante, con il testo scarno ed impietoso che esalta il malessere notturno della paura di stare al mondo, non razionalizzata ma interiorizzata: un vero e proprio manifesto dell’esistenzialismo elettrico moderno.
Sweet Jane una volta apriva i concerti, oggi è proposta a metà scaletta con una ritmica meno irruente e staccata ma sempre coinvolgente.
Altri momenti duri e scuri si vivono con Senselessy Cruel e con il decisivo Ecstasy, a conferma che Lou potrebbe anche leggere l’elenco telefonico senza degradare l’effetto del suo canto, sempre unico ed inimitabile.
Da ricordare anche Street Hassle per i suoi quadretti crudelmente metropolitani (storie di travestiti, prostitute e morti) e The Bells, tra i momenti di maggior imponenza.
Nulla si è diluito o ammorbidito; magari il tempo ha eliminato un certo glamour o  una certa estetica provocatrice, con il positivo effetto di far emergere il nocciolo della questione.

Per due ore ci si è trovati davvero nell’empireo del rock, quel rock che sa essere arte e non show, contenuto e non forma, semantica e non sintassi, sostanza e non sembianza; al Vittoriale si è visto sul serio chi è il boss di certa musica, al di là di tanti fanatismi da stadio. Grazie di cuore Lou!!!

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