Bob Dylan

Bob Dylan

Milano / Arcimboldi


21/11/2015 - di Laura Bianchi
Il piazzale del Teatro degli Arcimboldi, stasera, è più simile a quello di una cittadina dell`Est Europa durante la guerra fredda che al centro della vita culturale di una metropoli contemporanea. La pioggia recente ha creato pozzanghere bigie, un vento freddo tormenta i volti, altrettanto cerei, delle persone, disposte in cinque, lunghe, pazienti file davanti all`ingresso. Tutto attorno al grande edificio, camionette della polizia, uomini armati di mitra e manganelli, che dispongono gli spettatori "gli uomini nelle file esterne, le donne all`interno". Perquisizioni, controlli, metal detector. La musica, e la gente che ne vuole godere, in ostaggio della paura.

Noi ci adeguiamo al clima, stringendoci nel cappotto, o fra noi, costruendo una rete di sguardi complici, solidali, rassicurandoci a vicenda. Intanto, aspettiamo che la Musica inizi, medichi le ferite, curi, lenisca, senza (più) pretendere che guarisca. Sarebbe già un piccolo miracolo dimenticare che la ferita esista, per un paio di ore.

Ma la Musica inizia. E il grande miracolo si compie.

Sul palco, un piccolo immenso uomo, cappello bianco e scarpe da gangster, inizia la controffensiva pacifica, disarmato, di fronte alla sua nemica. E, accompagnato dai sodali di sempre (Stu Kimball alla chitarra acustica, Charlie Sexton alla chitarra elettrica, Don Herron alla slide, violino e banjo, George Recile alla batteria e Tony Garnier al basso e contrabbasso), inanella una serie impressionante di emozioni in musica, che riescono a neutralizzare la paura.

Bob Dylan sa come farlo. Lui nescrive da una vita, di paura e di tempi che cambiano, di risposte che soffiano nel vento e di consapevolezza che it’s tough out there. Perché sa che la paura non si vince con l`incosciente leggerezza di chi finge che questa non esista, ma con la lucida determinazione a riconoscerne il potenziale distruttivo, e renderlo parte della vita, la propria e quella collettiva.

La scaletta è consueta, ma, in questi tempi difficili, ogni nota scelta, ogni omaggio al passato, suo e altrui, acquistano un altro spessore. Le ben sette cover, alcune tratte dal recente Shadows In The Night, altre in attesa di essere incise nel secondo volume di questa eccentrica, ma sensata, operazione, sono interpretate con un`intensità, soprattutto vocale, che entusiasma e inquieta insieme. Come se tutti aspettassero il futuro con timore, ma Dylan ci dicesse che occorre soprattutto fare pace col passato, e stringerci nell`amore comune per i sentimenti autentici. Così, la voce di Dylan, mai così potente, vibrante e commovente, si eleva a vette di ispirazione autentica durante I`m a fool to want you, oppure Autumn leaves, il cui senso di precarietà tragica assume un senso totalizzante che frastorna, complice un arrangiamento scarno e assoluto.

Lo spettacolo è costruito attorno a questo fulcro: il passato lontano di Sinatra, e quello vicino del Dylan di Tempest, a cui attinge ben cinque brani, si toccano fino a costituire un unico, grande affresco, dell`umanità come la pensa Dylan: amaramente cosciente che it’s been such a long, long time since we loved each other and our hearts were true, e che People are crazy and times are strange, ma anche che i sentimenti, le emozioni, riescono ancora a salvarci, a guarirci.

Muovendosi spesso a scatti sul palco, come un burattino, i cui fili escono dal teatro e finiscono nelle mani di un altrove imperscrutabile, Dylan mette la propria voce, la fisicità, i rari e preziosi sorrisi, al servizio di uno spettacolo che tocca nel profondo, tanto potente che a tratti pare che persino sul palco si sorprendano, e non riescano a coglierne il significato complessivo. Accade così che Long and wasted years perda mordente rispetto alla precedente versione live, oppure che Scarlet town sovrabbondi di ricami chitarristici non sempre ben armonizzati. Ma sono dettagli minimi, che anzi sottolineano la forza del resto. 

E i due bis sono proprio ciò di cui il pubblico ha bisogno, per tornare ad affrontare la livida notte milanese e il tough world out there; una Blowin` in the wind mai così sfolgorante nella sua urgenza, e Love sick, rabbiosa e tenera. Così, ce ne andiamo, walking through streets that are dead, walking, walking with you in my head ; curati, guariti dalla paura, per riprendere il cammino.

FOTO DI: Gianni Gaudenzio (copertina) e  Luca Rovini (interna)

SETLIST

Set 1:

Things Have Changed

She Belongs to Me

Beyond Here Lies Nothin`

What`ll I Do

Duquesne Whistle

Melancholy Mood

Pay in Blood

I`m a Fool to Want You

Tangled Up in Blue

Set 2:

High Water (For Charley Patton)

Why Try to Change Me Now

Early Roman Kings

The Night We Called It a Day

Spirit on the Water

Scarlet Town

All or Nothing at All

Long and Wasted Years

Autumn Leaves

Encore:

Blowin` in the Wind

Love Sick