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Un
bicchiere di vino rosso e un risotto. I Teenage
Fanclub dal vivo sono esattamente come te li immagini,
proprio come quando li incroci a tavola in una
piccola trattoria nelle vicinanze del Rainbow
poco prima della loro esibizione. Educati e genuini,
distanti dai modelli di rock star stagionali venduti
dal solito ufficio stampa a compiacenti radio
alternative di mestiere. Parlano a bassa voce,
stranieri tra gli avventori fracassoni delle notti
milanesi. Li seguiamo all'uscita lungo il marciapiede
che porta al club, e solo una volta guadagnato
l'ingresso veniamo a contatto con un'atmosfera
rilassata e cortese. L'aspetto della sala ha un
che di anomalo, curioso. Il pubblico è ordinario:
nessuna concessione a mode o atteggiamenti da
concerto rock, nessuna maglietta a tema (tranne
qualcuna appena acquistata al merchandising e
subito indossata), qualche lattina di birra, tante
coppie giovani e non, e nell'aria una sensazione
che stride decisamente con il locale e la sua
fama di tempio prediletto della scena alternativa
milanese.
In verità è solo con l'inizio del concerto che
i conti tornano: i quattro scozzesi, accolti sul
palco con grande calore dai presenti, partono
alla grande con una doppietta che rivela in un
battibaleno lo spirito che anima la storica formazione
scozzese. Le chitarre si sgranano in perfetta
simbiosi, come le voci che all'unisono intonano
"Hang on", ottima apertura ed unico brano proposto
del bell'album "Thirteen". Il crescendo di "It's
all in my mind" appare come un piccolo grande
classico nonostante sia solo uno delle più recenti
composizioni del gruppo. Il fronte sonoro non
sgarra di un millimetro rispetto a quanto ti aspetteresti,
e l'impasto beatlesiano dei ragazzi fa breccia
nel gradimento della sala, con le prime file che
sanno a memoria ogni parola e cantano non "con"
ma "per" i musicisti. Si percepisce netta la sensazione
di un omaggio al gruppo da parte del pubblico,
che finalmente e per la prima volta si ritrova
nel nostro paese faccia a faccia con una delle
realtà più significative della scena indipendente
d'oltremanica degli ultimi 15 anni.
Sul fondo del palco troneggia altissima la precisa
batteria dell'ultimo arrivato Brendan O'Hare,
affiancato occasionalmente da un tastierista,
mentre la linea d'attacco si sviluppa rispettivamente
da sinistra verso destra con Raymond McGinley,
Norman Blake e Gerard Love più defilato. I tre
si scambiano il canto di brano in brano, mescolando
le carte e gli stereotipi di un'attitudine romantica
di certa canzone rock, recuperando lo smalto perduto
di una tradizione che vuole e deve trattare la
propria musica come un elemento di comunicazione
poetica, forte e condivisa. La temperatura è in
crescita costante, come la sequenza di brani eseguiti
che non lasciano tempo quasi nemmeno di applaudire
tra l'uno e il seguente. Il suono è chitarristico
e come te l'aspetteresti fedele agli stilemi tracciati
nella prolifica carriera dei ragazzi. Il gradevole
e ultimo lavoro "Man-Made" viene eseguito praticamente
nella sua interezza e nella dimensione live ogni
canzone ritrova una chiave di lettura nuova e
affatto scontata, nonostante e comunque su disco
non rivelano di per sé troppi misteri.
Non vengono tralasciati parecchi classici, che
incontrano l'omaggio sentito di un fan che lancia
sul palco una grande bandiera in segno di riconoscimento.
Il gruppo ricambia con l'esecuzione di tre bei
bis, mentre una domanda ronza in testa con una
risposta mai giunta tanto veloce. E te lo chiedi
ancora il perché di quel nome? Teenage Fanclub,
o se può suonare meglio: il più efficace elisir
di eterna giovinezza in circolazione.
Teenage Fanclub:
- Raymond McGinley, vocals/guitar
- Norman Blake, vocals/guitar
- Gerard Love, bass/vocals
- Brendan O'Hare - batteria
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