Zanne Festival 2017

Zanne Festival 2017

Castello d`Urso Somma, Catania


21/07/2017 - di Annalisa Pruiti Ciarello
DAY 1

È tornato in città (o quasi) il tanto atteso festival della calda estate catanese, stiamo parlando dello Zanne Festival. Tre edizioni alle spalle, un anno sabatico e decine di band che si sono alternate sul palco del Parco Gioeni, sono questi i numeri del fortunato Festival protetto dall’amato vulcano.  Nelle edizioni precedenti sono salite sul palco band del calibro degli Swans, BRMC, Calexico, Timber Timbre e Godspeed You! Black Emperor, e a giudicare dalla line up di quest’anno ne vedremo delle belle. Riuscirà quindi la variegata line up di questa quarta edizione a saziare il feroce pubblico dello Zanne17?

Feroce perché, a poco meno di una settimana dall’inizio del festival arriva la sorpresa –non proprio esaltante- del cambio di location; la quarta edizione avrebbe dovuto svolgersi a Nicolosi (CT), nella maestosa pineta alle pendici dell’Etna, ma dopo i fatti di Torino non risulta conforme alle nuove misure Safety e Security. Ma se c’è una cosa in cui noi siciliani siamo davvero bravi è nell’arte di arrangiarsi e nel trovare soluzioni anche a problemi complessi. In questo caso la soluzione diventa il Castello d’Urso Somma, una sontuosa residenza nobiliare neogotica a pochi chilometri dal centro cittadino e a giudicare dalle facce stupite degli avventori in coda, il team di Zanne è riuscito nell’intento di zittire anche il più scettico degli spettatori.

Il sole è ancora alto e ad accompagnarci dentro il cuore del festival - dal quale si odono già le prime note - è un viale alberato ornato da luminosissime zanne. La kermesse canora quest’anno è stata inaugurata dagli H.Grimace, band post-punk londinese capitanata dalla bella Hannah Gledhill che porta in scena quasi per intero Self Architect, primo album uscito lo scorso Aprile. Il parterre comincia lentamente a riempirsi e il sole comincia a calare, il quartetto ci riporta indietro di circa 20 anni, agli anni d’oro dei Pixies e dei Sonic Youth. Dopo aver eseguito tutto d’un fiato i brani del loro album d’esordio da Thoroughbred, a Call it out, passando per Self Architect e Royal Hush, la band si congeda e cede il posto all’irriverenza trascinante dei Fufanu, reduci dall’esperienza del Primavera Sound.

Da vulcani in vulcano, i Fufanu arrivano direttamente dalla fredda e misteriosa Islanda, terra di artisti superlativi dallo stile unico ed inconfondibile (vedi Sigur Ros e Bjork), peccato però non si possa dire lo stesso di loro che scimmiottano a tratti gli Editors e in altri momenti ricordano i primi Depeche Mode. Malgrado ciò e malgrado la loro giovane età riescono a tenere alto il nome della loro splendida isola e ad incantare l’accaldato pubblico catanese.

Sono poco più che maggiorenni ma si atteggiano da grandi star, camice dalle fantasie scure anni ’80 - di quelle che i papà custodiscono segretamente nel fondo dell’armadio - e occhiali neri per il bassista e per il chitarrista della band, rivisitazione in chiave moderna del sobrio look di Ian Curtis invece per il frontman che con le sue scarpette lucide sgattaiola sul palco per circa 60”. Durante l’intero live il cantante Kaktus Einarsson aizza (positivamente) il pubblico che di certo non gliele manda a dire e assieme si scatenano sulle note di 200 km/h, Tokyo, Circus Life ed altri brani estratti da Sports.

Per buona parte del concerto l’egocentrico Kaktus ripete come un disco rotto la parola “annamino”, il pubblico accenna sorrisi credendo sia una parola tipica islandese dallo sconosciuto significato. A metà concerto l’illuminazione: “annamino” non è altro che un’interpretazione del tutto personale della parola siciliana “Ammunìnni”, cioè “Andiamo!” scatenando così  l’ilarità degli spettatori. Instancabili i quattro ragazzetti di Reykjavik, che di lasciare il palco ai prossimi artisti non ne hanno proprio voglia e così prima di salutarci ci regalano altri due nevrotici pezzi, intrisi di quella wave scura capace di abbassare la temperatura fuori dal palco di qualche grado. Il viaggio nella cupa Islanda è finito, prossima fermata Stati Uniti.

Cambio palco veloce e giro tra gli stand allestiti lateralmente al main stage, protagoniste indiscusse quasi da rubare la scena alla buona musica, le zanzare, assetate di sangue al pari del pubblico che invece è di musica ad essere assetato.
Sul palco sta per accadere qualcosa di singolare, gli Of Montreal, quasi headliner della serata preparano le ultime cosette prima di salire ufficialmente sul palco. Barnes con un simpatico copricapo anni ’20 ed un cerone che ricorda vagamente Pierrot sale sul palco anch’esso prima di sparire per qualche secondo.

Sono le 22.00 circa ed quasi tutto pronto per il live della band statunitense, i quattro uomini sono già sul palco, scaldano i motori e si preparano per l’arrivo dell’unica donna (si fa per dire) della band che come da prassi si fa attendere qualche istante. Entra saltellando accompagnato dai primi riff di Gratuitous Abysses, Kevin, portando sul palco e fuori da esso la festa tipica dei loro live. Un dozzina di enormi palloncini rosa fa da scenografia alla “bella” leader, conciato come una vera e propria drag queen con tanto di parrucca bionda degna della migliore Sandra Milo; ad esaltare la sua esile ed invidiabile figura un completino color arancio che lascia scoperto l’ombelico e a cingergli il collo una collana di pietre blu. L’istrionico Barnes si dimena sul palco a suon di funk e frivolezze, mentre dei sobri (ma non troppo) e ciondolanti uomini in bianco  lo accompagnano divertiti. Il pubblico è scatenato e al contempo ipnotizzato dall’esilarante spettacolo, mentre impugna con fierezza i centinaia di palloncini dorati fornitigli dall’organizzazione del festival.

La giovane scaletta lascia però poco spazio ai successi del passato e chi s’aspettava di sentire live The Past is a grotesque animal rimarrà deluso, superato lo shock quello che resta è quasi tutto Innocence Reaches (2016) suonato come Dio comanda e la trascinante briosità di Mr. Barnes e soci. Coretti e falsetti emergono dalle distese glam della band, mentre un’inarrestabile frontman continua la sua danza attorno al microfono fino a che non imbraccia la sua chitarra e ci fa ballare sulle note di Empyrean Abattoir. Come una vera diva Kevin si lascia travolgere dal cambio d’abito, e dopo qualche istante di assenza si ripresenta con un caschetto biondo à la Carrà e con un look poco più aggressivo del precedente. La festa è appena cominciata e i generosi ed egocentrici Of Montreal hanno ancora voglia di farci ballare, tra un timido “grazie” e l’altro lo spettacolo si protrae per altri 20” minuti, allietati dalla combo Labyrinthian pomp/Bunny ain’t no kind of rider entrambi estratti dal loro album capolavoro Hissing Fauna, are you the destroyer? che proprio quest’anno ha compiuto il decennale. Svanisce così il turbinio colorato degli Of Montreal che si apprestano a cedere il passo ai nerissimi e attesissimi Einstürzende Neubauten.

Il palco adesso appare più caotico che mai, sembra un mix tra un cantiere e un arsenale bellico, colmo di macchine infernali che tra qualche istante ruberanno la scena anche al cerimoniere Blixa. Prima volta in Sicilia per gli Einstürzende Neubauten ma non per Bargeld, che sull’isola è passato più volte con il socio Teo Teardo. Musica analogica e teatralità spettrale vanno in scena sul palco dello Zanne: i sei crucchi, padri indiscussi della musica industrial esordiscono con l’assoluta e ipnotica The garden, ed è subito chiara la direzione che prenderà lo spettacolo ovvero senza troppi fronzoli o immotivati eccessi. Qualunque oggetto possa emettere suono è già sul palco pronto ad animarsi gazie alla maestria di Moser e Unruh, i due rumoristi e percussionisti, anima della band assieme all’abbottonatissimo Blixa e al bassista Alexander Hacke. Il live scorre liscio come l’olio, privo di intoppi e intriso di magia; gli Einstürzende Neubauten fabbricano live l’essenza del suono e lo forgiano a seconda delle loro esigenze, riescono a dar vita a fusti in pvc, grondaie, tubi innocenti, turbine e molle industriali.

Complice l’uscita del Greatest Hits (2016) che celebra i primi 36 anni della loro fortunata carriera, gli Einstürzende mettono in scena i loro più grandi successi da Haus der Luge a Youme e Meyou, fino a Sabrina; a bocca aperta gli spettatori assistono alla cascata di tondini di ferro - da una vasca anch’essa metallica -  sul finire di Die Befindlichkeit des Landes ma vengono ben presto svegliati dall’imponente voce del frontman che si fa a tratti baritonale e in altri sottile e spettrale. Il palco sembra infestato da fantasmi che operano tra gli oggetti, Blixa con naturalezza prende in mano una vecchia radio e fa suonare anch’essa, Unruh usa un compressore per animare dei tubi, mentre un impassibile Jochen Arbeit, chitarrista della band, tesse trame sonore alle loro spalle in un continuum di suoni e rumori. Tra avanguardia e minimalismo lo spettacolo dura poco più di 90” compresa la classica pausa prima di rientrare sul palco con la filastrocca Salamandrina e l’elogio a Marinetti e al Rumorismo di Russolo con Let’s do it a Dada, questa volta Unruh si sbarazza del suo cappellino alla pescatora, indossa cappello e mantello, entrambi bianchi ed entrambi esasperatamente rigidi, e recita poche incomprensibili strofe di matrice futurista. Il sipario su questa prima serata cala con le graffiante e aggressiva Redukt ed è subito come tornare in fabbrica; inchino di rito e qualche saluto e quello che resta è solo desolazione e un silenzio assordante.

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