The Zen Circus

The Zen Circus

Boville (FR), Boville Festival


21/07/2017 - di Arianna Marsico
“La provincia crea dipendenza” (Pisa Merda). Si può riassumere così il concerto degli Zen Circus al Boville Festival, nell’omonima cittadina in provincia di Frosinone. Lungi dal farsi demoralizzare dall’esibirsi su un palco meno blasonato, il trio pisano, nonostante la stanchezza del lungo tour, coadiuvato dal Maestro Pellegrini, ha dato il massimo.  Ed anzi, ha sfoderato tutta la sua scanzonatezza, libero da alcuni rituali da concerto (come l’uscita di scena con rientro seguito dai bis, con tutti che propongono di saltarla quando Ufo vi fa accenno) scherzando col pubblico come le grandi occasioni non permettono, giocando ad inseguirsi sul palco. Non mancano poi le inappuntabili precisazioni di Karim, come quando Appino propone di fare Despacito e lui gli risponde che in Malesia è stato bandito. Pisa Merda diventa occasione per scherzare su Boville e sul gruppo stesso.

Dopo l’esordio al fulmicotone con la title - track dell’ultimo disco è tutto un crescendo, sia di entusiasmo da parte dei presenti (che a qualcuno costerà il naso) che da parte del gruppo. Dopo l’ungarettiana Canzone contro la natura, Vent’anni non ha nemmeno bisogno della consueta presentazione “Quanti di voi hanno vent’anni?”. Si presenta da sola, allegramente fatalista, cara anche a chi vent’anni non li ha più. Se l’armonica di Appino che prelude ad Andate tutti affanculo e la washboard suonata da Karim su Ragazzo Eroe riportano alle atmosfere da artisti di strada degli esordi, le ballad de La terza guerra mondiale proiettano ad un futuro in cui accanto ai Violent Femmes c’è spazio per Otis Redding e per certi versi sono un nostos dopo la fuga. Non voglio ballare scatena anche il pogo, mentre L’anima non conta, strappa cori a squarciagola e occhi lucidi, trascina il cuore “giù da questo scoglio, giù nel mare in verticale”. E’ talmente intensa che quasi potrebbe finire qui il concerto e si sarebbe contenti lo stesso, con l’anima dolcemente accartocciata. Ma c’è Vecchi senza esperienza con la sua asprezza e una Figlio di puttana particolarmente amara.

Ufo parlando di una canzone fuoriprogramma in finlandese scherza con i presenti dicendo"tanto non sapete nemmeno l’italiano” . E’ il turno di Poliisi pamputtaa taas, dove i nostri quattro sembrano davvero  i Ramones, dove i riff tagliano l’aria e volano sulla polvere che intanto entra nei polmoni. “Bisogna ringraziare tutti i giorni i Ramones” chioserà Appino, e Karim puntualizzerà “E non per le magliette” (chissà se lo ha detto perché ha visto le foto di Benji & Fede con la maglietta in questione).

Nati per subire riporta in alto il tasso di identificazione, una catarsi contro il tappo che la quotidianità impone, contro una società che ci fa sentire come Ylenia.

Il finale però è quello che forse avrà convinto gli Zen che alla fine sì, è valsa la pena scendere da Varese prima di ripartire per Treviso. Sulle note di quella Viva sempre più bella ad ogni ascolto Appino fa un cenno ed è subito invasione. Si scavalcano le transenne, si sale sul palco, ci si abbraccia, si salta e si canta tutti insieme. Paradossalmente un brano anti- inni è diventato un inno a sua volta, ma un inno vero, a chi sa di essere “in crisi senza leggere i giornali”, a coloro a cui è familiare “questa malinconia che mi sale dentro al cuore quando entro a casa mia”.

Ed è un buon segno, perché le canzoni, quando sono vere, vanno oltre quello che inizialmente vorrebbero.

Così il Circo Zen saluta, perché davvero non si poteva dare di più dopo questo abbraccio collettivo.

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